lunedì 25 luglio 2011

 

Patto Gentiloni. La trappola dei cattolici, il suffragio universale e l’ingenuo Giolitti

In Italia l’importanza del principio di separazione Stato-religioni, attuazione del motto cavouriano “Libera Chiesa in Libero Stato” (si veda al riguardo la recensione al mio saggio Lo Sguardo Lungo), fu riconosciuta, tra molti contrasti, solo fino al 1929 quando il Concordato ne abrogò il principio. In quei decenni erano restate forti  l’avversione della Chiesa – che non rinunciava al potere temporale in logica di convenienza (non expedit) – e la progressiva insofferenza del partito socialista, che era anticlericale e riteneva il separatismo troppo morbido. Ovviamente al Concordato portarono questioni ed interessi differenti. Però non va trascurato l’intersecarsi (giugno 1912) con un’altra grande riforma voluta dai liberali, il suffragio universale maschile (per tutti i cittadini oltre 30 anni, per quelli più giovani restavano il censo o il servizio militare assolto o i titoli di studio), con cui il corpo elettorale quasi si triplicò arrivando a otto milioni e mezzo, poco meno di un quarto della popolazione.
Questo cambiamento realizzava una aspirazione dello stesso Cavour. Tuttavia, estendere il voto aveva implicazioni profonde, che tra i liberali pochi avvertirono. Non gli ampliati interessi in contrasto, cosa fisiologica per i liberali. L’estensione avrebbe variato la percezione di idee e programmi politici. Man mano che il suffragio si allarga, diminuisce la percentuale delle persone con un elevato grado di attenzione al governo della cosa pubblica e ai suoi fatti. Di conseguenza, riuscire a far conoscere davvero il proprio progetto assume man mano più importanza e le modalità con cui farlo conoscere tendono sia a divenire più “elementari” sia a dover essere più capillari. In altre parole, si erano poste le premesse perché fosse indispensabile, oltre ad avere idee politiche, anche organizzarle sul piano elettorale.
La logica intrinseca al suffragio esteso non venne colta subito dai liberali, ma il suo meccanismo contribuì a dissolvere la capacità politica di pesare del loro movimento. Vennero avvantaggiate da un lato le organizzazioni a carattere socialista (nello stesso periodo guidate dai più barricadieri), dall’altro lato, e soprattutto, le organizzazioni cattoliche,  peraltro rimaste sempre attive sul territorio. Il fulcro fu l’Unione elettorale cattolica italiana (Ueci), nata nel 1907 per affiancare l’Azione Cattolica sorta l’anno precedente come associazione laica per la propaganda  religiosa. L’Ueci non era un partito bensì un braccio operativo impostato sull’enciclica Fermo Proposito del 1905, che escludeva la separazione tra movimento cattolico e azione politica dei cattolici rispettosi degli indirizzi spirituali. 
Nel 1909, nominato dal Papa presidente dell’Ueci, il conte Vincenzo Gentiloni ne irrobustì le strutture in senso capillare. E quando  fu varata la riforma elettorale, pensò di giovarsene secondo l’insegnamento della gerarchia. Così, senza arrivare ad un partito, definì le condizioni che consentissero agli elettori cattolici di votare un candidato alla Camera. I punti erano libertà di associazione, libertà di coscienza, difesa dell’insegnamento privato e della istruzione religiosa, opposizione al divorzio, parità delle organizzazioni economico-sociali, principi di giustizia nei rapporti sociali, far accrescere l’influenza dell’Italia nello sviluppare la civiltà internazionale.
Nonostante nel 1905 con l’enciclica Vehementer Nos il Papa  avesse ribadito la posizione tradizionale ( “che lo Stato debba essere separato dalla Chiesa, è una tesi assolutamente falsa, un errore molto pernicioso...”),  i sette punti non mettevano in discussione né la Legge delle Guarentige né questioni scottanti (salvo il divorzio, che però non era maggioritario, tanto che, nei primi anni novecento, il relativo progetto governativo liberale, Zanardelli-Cocco Ortu, non era arrivato in porto). Nella forma questi punti rientravano nella logica della separazione; oltretutto i parlamentari eletti avrebbero dovuto giurare fedeltà a quel Re che, per gli oltranzisti, restava il carceriere del Papa. Insomma non erano interpretabili come una politica concordata con la gerarchia. Quindi non c’era diretta contraddizione nel fatto che diversi candidati liberali si proponessero di seguire quei sette punti, anche perché si trattava di una libera scelta dei singoli candidati in chiave separatista.
Semmai il pericolo era l’altro enunciato da Giolitti, “chi si obbliga ad una determinata politica non può essere considerato liberale”. In altre parole, il pericolo era che, seguendo tale strada, il voto finisse per dipendere da un contratto con gli elettori. Concetto che un liberale aborre (Giolitti vedeva lontano). Per un liberale il mandato implica il dovere di rispondere delle scelte parlamentari, che debbono essere fisiologicamente trasparenti e soggette a giudizio dell’elettorato, ma non emanazione pedissequa di un obbligo assunto per farsi votare (è uno spartiacque tra il parlamentarismo ed altre forme di rappresentanza).
I liberali sottovalutarono che l’Ueci, pur intaccando l’applicazione formale del non expedit, non rinunciava in niente ai suoi presupposti politici di difesa della Chiesa. E di fatti presentava i sette punti come un baluardo cristiano e li chiamava Patto Gentiloni. Tale denominazione faceva pensare ad un accordo bilaterale sul pratico riconoscimento dell’impossibilità di prescindere dalle tesi religiose per gestire la cosa pubblica: stava proprio in questo il letale veleno antiseparatista. Ora, in verità il cosiddetto Patto Gentiloni non è mai stato quel riconoscimento e neanche un patto nel senso proprio del termine. È stato solo un abile accorgimento diplomatico unilaterale del mondo cattolico. Non c’è stato alcun patto firmato. Al candidato – sempre pronto a soddisfare l’elettore – è stato offerto di dichiararsi disponibile a programmi coerenti con il suo modo di pensare e non esclusivi dei cattolici. Poi si è detto che ciò significa perseguire obiettivi conformi alla dottrina cattolica e in tal modo si è giustificata la partecipazione dei cattolici alla vita politica.
Tuttavia l’ambiguità era profonda. Eppure fu la forza del successo del Patto Gentiloni (i liberali passarono da 306 a 260 eletti, conservando di poco la maggioranza assoluta, ma moltissimi di loro avevano accettato i sette punti e così era stato stabilito un rapporto cardine con i veri e propri rappresentanti cattolici che erano cresciuti fino a 34; poi, con l’allargamento elettorale, erano aumentati i vari deputati socialisti e radicali).
Il cosiddetto Patto Gentiloni poteva essere utilizzato dai fautori del principio di separazione perché nella forma non lo contrastava, ma dal punto di vista cattolico serviva all’obiettivo opposto. Serviva a combattere l’anticlericlismo socialista e al tempo stesso il separatismo liberale. I liberali sottovalutarono tale ambiguità e l’averla sottovalutata attivò un meccanismo che cambiò il quadro e nel tempo si rivelerà esiziale per il movimento liberale. Presero spazio coloro che esibivano la  rappresentanza dei valori religiosi per ottenere i suffragi (questo corrodeva il separatismo) e che poi tendevano ad agire in proprio. Tra le prime avvisaglie vi fu l’entrata in guerra dell’Italia contro gli ex alleati (il cambio di alleanze  era stato segreto). Fu una manovra che Corona, grande stampa, poteri economici, massoneria, minoranza socialista, notissimi letterati e futuristi, imposero alla maggioranza parlamentare (che, a cominciare da Giolitti, voleva restare neutrale) e alle decise posizioni del Papa contro la guerra.  Ebbene, larga parte del mondo cattolico non seguì le parole del Papa (il motivo era che occorreva ricostruire l’unità del paese) tanto che nel secondo governo di guerra entrò per la prima volta anche un importante politico cattolico. 
Si stava sfilacciando la regola della cultura politica liberale: partire dai fatti per capire come poter intervenire con norme attente alla convivenza e imperniate sulla sovranità dei cittadini. La politica intesa come progetto e non solo come potere. Fece ingresso l’idea che l’importante fosse farsi eleggere a qualunque costo, poi si sarebbe visto. Però intanto si era inoculato un virus che corrodeva il concetto di sovranità. E’ cosa confermata dallo stesso conte Gentiloni. Sul tema essenziale del principio di separazione (non c’è bisogno di alcuna legittimazione delle Istituzioni estranea al processo democratico), Gentiloni motivò i suoi sette punti con questo scritto folgorante: “è inutile dissertare sulla sovranità popolare che i cattolici non potrebbero mai ammettere nel senso proclamato dal liberalismo politico, perché ogni autorità è promossa da Dio e non dal popolo; cioè la sovranità non risiede essenzialmente ed inalienabilmente nel popolo”.
L’allentamento del rispetto del principio di separazione mutò molto gli assetti italiani, oltre ad essere all’origine del declino della forza dei liberali. L’Italia è diventata una anomalia dell’Occidente quanto a laicità. Non seguire il principio di separazione è rinunciare a regole sperimentate per una società aperta. Libertà di religione e neutralità dello Stato sono due capisaldi inscindibili della laicità istituzionale per guardare avanti. Decisivi non soltanto nei rapporti Stato religioni, ma in tutte le principali questioni della convivenza quotidiana tra cittadini sovrani. Oggi e domani.
RAFFAELLO MORELLI


sabato 25 settembre 2010

 

Liberali a convegno. Come sempre, a parole hanno ragione. Ma senza i fatti

Abbiamo accolto con sorpresa e anche un pizzico d’ironia l’invito all’ennesimo Convegno di liberali della più diversa provenienza, uniti dal comune sentire sullo stato della politica oggi e sulle prospettive per il domani. Nel teatro della politica all’italiana, in cui la parola, anzi la retorica da avvocati, la fa da padrona (in Italia si parla davvero troppo, specialmente scendendo verso il Sud, area elettiva ideale per i politici del nulla), eravamo convinti che si sarebbe trattato d’un Convegno, come tutti gli altri della serie, elegantemente analitico, saggiamente propositivo e comunque stimolante, ma anche vuoto di decisioni concrete e, anzi, sempre in grave, imperdonabile, ritardo con i doveri mai assolti del mondo culturale e politico liberale in questi ultimi 60 anni di vita pubblica ufficialmente “liberal-democratica”.
Forse anche per questi rilievi sottostanti, ben noti ai giornalisti di qualunque tendenza, compresi quelli liberali, il Convegno del 21 luglio scorso, a Roma è stato ignorato dalla stampa e quindi dall’opinione pubblica, complice anche l'estate. Nessuno, che noi si sappia, lo ha commentato. Quindi, in termini comunicativi e razionali è come se non fosse mai avvenuto. Clandestino, “giustamente”, per un doppio motivo: perché liberale (e perciò, nell’immaginario collettivo dei giornalisti – viste le esperienze passate – non fattivo, quindi inutile) e poi perché estivo. Laddove la seconda argomentazione faceva da pietosa copertura della prima.
Anche questo sito ha tardato a pubblicarlo, tanto che ci siamo consultati di nuovo con l’autore, che a suo tempo avevamo pregato di seguire il Convegno, sull’opportunità di pubblicarlo o no due mesi dopo. E lo stesso autore, per la verità, era incerto o perplesso.
Ma il ritardo non era dovuto certo a disinteresse, semmai a troppo interesse. Perché ne volevamo sapere di più. Ma questo di più da partecipanti e proponenti non è stato possibile conoscere. Anche perché vizio tipico del liberali, specialmente anziani, è l’assenza d’una comunicazione efficace, di pubbliche relazioni, insomma del far sapere agli altri con abbondanza di particolari, prima, durante e dopo i fatti. Alcuni, poi, atteggiandosi a Cavour di provincia, come se dovessero intessere chissà quali trame, preferiscono addirittura il segreto.
E tuttavia, riteniamo che commentare anche quell’effimero, clandestino, Convegno, abbia importanza, visto l'attuale fermento del mondo politico e udite anche alcune previsioni e tendenze preannunciate al Convegno (poi puntualmente verificatesi), come nota oggi l’autore in una nota che abbiamo aggiunto in coda al suo commento.
.
“Dar voce politica ai Liberali la vera chiave per le riforme”, era il tema del Convegno dei liberali indipendenti tenutosi il 21 luglio a Roma, nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati. Un bel fulmine a ciel sereno in piena estate.
In apertura dei lavori intervento di presentazione di Pietro Paganini, del nostro Coordinamento per l’unificazione dei liberali. Un giovane-immagine al tavolo della Presidenza, tra tanti settantenni e sessantenni, porta in sala un po’ di speranza.
Il programma prevedeva la sessione “Un vuoto da riempire”, con interventi di Stefano de Luca (segr. PLI), Roberto Einaudi (pres. Fondazione Einaudi) e Raffaello Morelli (pres. Fed. Liberali e membro del nostro Comitato). Nella sessione “Per un ricambio della classe dirigente” erano in programma interventi di Luca Bolognini, Nicoletta Casiraghi, Edoardo Croci, Vincenzo Olita, Gianfranco Passalacqua, Enrico Saponaro, Massimo Teodori, Fabiana Tenerelli. Sotto il titolo “Irrobustire nella Costituzione i principi di libertà” si leggevano i nomi di Luigi Compagna (sen. PDL), Sandro Gozi (dep. PD), Paolo Guzzanti (dep. PLI), Andrea Marcucci (sen. PD), Enrico Musso (sen. PDL, Enzo Palumbo (pres. C.N. del PLI), Carlo Scognamiglio (ex pres. Senato), Giuseppe Vegas (vice ministro Economia), Gianni Vernetti (dep. API). Sulla “Sfida internazionale” c’era l’intervento di Kirjas, segr. Liberal International.
Lo scopo finale accennato nel programma era quello di “Tracciare possibili percorsi di politiche liberali condivise” dai più diversi settori liberali. Per “elaborare insieme una politica liberale per fare i cambiamenti necessari”, insomma, le tanto attese e mai realizzate Riforme.
Forse è per questo che abbondavano i politici di professione, molti dei quali poco noti.
.
Ma consentitemi di partire dal un piccolo, incolpevole Convegno come pretesto polemico per alzare il tiro sul problema in generale. Non si ripete sempre che questa classe politica non è liberale, che ha pochissimi esponenti liberali, e che la società civile è molto più liberale? Non si dice da sempre che Camera e Senato non rappresentano la società italiana, ma solo la partitocrazia, cioè il Regime con i suoi privilegi di casta? La politica non è un incontro tra politici e politicanti “amici” che si telefonano o si incontrano, magari alla “buvette” o nel “Transatlantico” della Camera. E allora, perché, gira e rigira, attingere sempre al Parlamento, che più di tanto evidentemente non può dare?
E' la solita tendenza, anche e soprattutto dei Liberali (compresi repubblicani e radicali, specialmente Pannella), di partire "dall'alto", dai soliti addetti ai lavori, da "chi già c'è" a qualunque titolo nelle stanze dei bottoni, insomma della pseudo-elite dei professionisti o dilettanti della politica, alcuni dei quali sono ormai incalliti, lenti e testardi 70nni. E dopotutto non sono proprio loro i colpevoli di questo stato di cose, a cominciare dalla mancata diffusione del liberalismo in Italia?
Al contrario, i veri liberali, quelli d'un tempo, non si ritenevano tutti dei "piccoli Cavour", per i loro intrighi quasi sempre inutili, come fanno i nostri liberali di provincia. Ma partivano dal basso, cioè dalla gente, dal popolo, facevano paziente, quotidiana, opera di pedagogia sociale, di divulgazione di massa, di educazione civile e morale (e perfino scolastica) degli Italiani. E anziché Convegni o, peggio, riunioni riservate "a quattr'occhi" in salotti, bar e ristoranti privati o del Parlamento, convocavano i cittadini di interi quartieri o città in piazze, cortili o palestre. Oggi, poi, sarebbe anche più facile con internet. Ma i liberali di oggi (e anche questo è un segno che ormai non sono più progressisti come nell'800, ma conservatori e passatisti) non amano internet e le tecnologie.
Che differenza tra gli ambigui pourparler da Machiavelli in sedicesimo e i coraggiosi Stati Generali per rifondare completamente - partendo dai cittadini - una mentalità, una coscienza liberale che in Italia manca tuttora. Altro che andare al Governo! Altro che insinuarsi all'improvviso, senza aver mai fatto nulla per 20, 30 o 50 anni, in una crisi politica o in una tornata elettorale, come un qualunque Partito della Bistecca! Per fare poi, anche se si fosse eletti - sarebbe inevitabile - proprio le stesse cose...
NICO VALERIO
.
Ma ora torniamo al Convegno. Ecco il commento di Guido Di Massimo che ha seguito per “Liberali Italiani” la giornata del Convegno. Va notato che è stato scritto il giorno dopo, 22 luglio. Segue un breve aggiornamento dello stesso autore (21 settembre):
.
"Organizzato da Pietro Paganini in un periodo poco ideale per le riunioni politiche, si è svolto a Roma, in via Poli 13, una delle tante (troppe?) sedi a disposizione del Parlamento, un convegno sul “dar voce politica ai liberali”.
Secondo un malvezzo che sarebbe opportuno estirpare la riunione è iniziata con mezz'ora di ritardo ma, contrariamente a un certo pessimismo sulla riuscita di un convegno fissato in un periodo così poco adatto, la sala si è riempita completamente: 80-90 liberali che si riuniscono in un tale periodo è un successo.
La varietà delle voci e delle considerazioni avanzate hanno dato al convegno una positiva richezza di contenuti. Accanto a quelle strettamente politiche ci sono state osservazioni e proposte estremamente concrete (tra l'altro l'auspicabile pubblicazione su ogni giornale della composizione azionaria della sua proprietà).
È stata sottolineata l'anomalia dell'Italia, unico paese in Europa dove i liberali sono assenti; cosa osservata anche da Emil Kirjas, segretario generale di Liberal International, che auspicando una riunificazione dei liberali ha assicurato il proprio appoggio all'operazione.
Si è auspicata anche la fine dei liberali presi “a noleggio” dai partiti di massa per farne elementi di decoro ma da tenere in disparte in un Parlamento ridotto a qualcosa di molto peggio di “un'aula sorda e grigia”.
Si è parlato della necessità di una riforma elettorale e del referendum in via di organizzazione per tornare al pur deprecato “mattarellum”, che per quanto deprecabile era tuttavia migliore del sistema elettorale attuale.
Si è parlato del liberalismo non più come scelta ma come “necessità”, e c'è chi ha osservato che le nuove generazioni saranno “di necessità” liberali. Si è parlato quindi di liberalismo non come “revanscismo” del vecchio PLI ma come soggetto politico che guarda al futuro.
Si è parlato di un Paese ingessato, che non si muove in nessun campo, non solo in quello economico, di un bipolarismo dove in entrambi i poli non si fa politica – uno condizionato dalla Lega e l'altro che insegue Di Pietro che a sua volta insegue Beppe Grillo – con il risultato che in Italia la politica è assente. Si è parlato della necessità di “destrutturare” l'attuale sistema politico per crearne uno nuovo.
Si è parlato del non aver capito, nel '92, quello che stava accadendo e che ora è il tempo invece di prepararsi a quello che avverrà a breve.
E due considerazioni sono scaturite e riecheggiate da più parti pur con toni e registri diversi. La prima è che abbiamo di fronte una crisi politica grave e che siamo alla vigilia di un periodo di rottura; la seconda è che proprio per questo abbiamo bisogno di attrezzarci con un soggetto politico autonomo.
E si è accennato anche alla costituzione di un gruppo di lavoro che si occupi della riunificazione dei liberali. Queste considerazioni sono venute da persone di sfumature politiche diverse e forse opposte.
Chissà se – dopo tanti tentativi – è la volta buona che i liberali mettano da parte i loro eterni distinguo per riunirsi e realizzare finalmente una propria casa comune a tutti i liberali d'Itali.
GUIDO DI MASSIMO
.
“Forse vale la pena di sottolineare due punti che visti a distanza di mesi si sono rivelati di una certa consistenza:
- nel Convegno, il Pli confermò la sua decisione, cercando alleati, di organizzare una raccoltra di firme per l'abrogazione del "porcellum" [il sistema elettorale oggi in vigore, sintesi da “Mattarellum”, il precedente sistema inventato dall’on.Mattarella, e “porcata”, per ammissione del leghista Calderoli, NdR]; ora sono in molti a muoversi nella stessa linea.
- sempre nel Convegno si affermò che si era alla vigilia di una crisi politica grave ed alla vigilia di un periodo di rottura; mi sembra che la previsione si sia avverata (o quasi) (gdm).

venerdì 4 giugno 2010

 

Non basta più definirsi "liberali". Le troppe anime del liberalismo italiano

Come nella famosa storiella ebraica, fate una domanda a tre "liberali" italiani a caso: è altamente probabile che su ogni argomento riceviate tre risposte diverse. Come mai?
Mentre è difficilissimo rimetterli insieme, riunificarli, ammesso e non concesso che nella Storia siano mai stati uniti (ripenso alle critiche nel Parlamento torinese del mio avo liberal-democratico Lorenzo Valerio contro un bravissimo Cavour sulla guerra di Crimea, vero motore primo dell'unità d'Italia, che Valerio non capì), non è difficile rispondere sul perché i liberali si ostinino ancora a dividere il capello in quattro ("tricotessarotomisti" li ho definiti nel greco dei neologismi) e si glorino narcisisticamente di avere ciascuno una posizione eterodossa rispetto ad un preteso "pensiero comune liberale" in realtà inesistente, visto che tutti pensano e si comportano così. E’ il più buffo ma anche il più crudele dei paradossi liberali.
Perché, oltre alle accennate componenti psicologiche caratteriali che finiscono per prevalere in club, circoli e partiti dove non vige alcuna "linea ideologica", tantomeno per fortuna alcun controllo autoritario, è lo stesso spontaneismo della sintesi sincretistica delle fonti liberali a determinare lo spezzettamento dei liberali in mille rivoli.
Se passa, in altre parole, il concetto che il liberale vero non debba fare la sintesi tra tutti i "santini del proprio Santuario", cioè tra i grandi personaggi, i filoni culturali, le filosofie e le scelte politiche della propria storia, anche quelli in apparente contrasto tra loro, ma si possa trasformare in innamorato esclusivo e fanatico (che è proprio un atteggiamento illiberale) di Hayek contro Voltaire, di Einaudi o Popper contro Croce, o di Friedman, Giolitti o Gobetti, Cavour o Adam Smith contro chissà chi, e così via, è chiaro che per le innumerevoli sfumature di colore che si otterranno sulla tavolozza, non troveremo mai due liberali uguali tra loro.
Ed è proprio quello che sta accadendo in Italia.
Tanti "liberali" – le virgolette sono obbligo – vuol dire nessun liberale. Semmai, vista l’ulteriore complicazione della naturale faziosità italica a cui faceva riferimento lo stesso padre Dante, più che liberali, li chiameremo propagandisti di Hayek o Friedman, Popper o Gobetti, Keynes (certo: era aderente al Partito Liberale inglese) o Ernesto Rossi, Rawls o Amartya Sen, ma quasi nessun maturo interprete della sfaccettata e complessa idea storicamente definita in sintesi come Liberalismo.
Se qualcuno dovesse avere ancora dei dubbi sul perché i tanti liberali italiani non si sono mai unificati, e anzi più volte invitati a farlo obiettano che gli altri sono indegni di chiamarsi "liberali" perché troppo di destra, di sinistra o di centro, troppo o troppo poco liberisti, berlusconiani o antiberlusconiani, troppo o nient’affatto laicisti, e così via, troverebbe una conferma imbarazzante nell’articolo precedente, che lamenta come sui principali temi del momento i circoli liberali italiani abbiano in realtà posizioni differenziate, dalla laicità dello Stato, all’economia, dal sistema elettorale alla politica estera (la questione d’Israele).

 

"Liberali in Italia? Divisi su elezioni, laicismo, economia, e perfino Israele"

Per alcuni anni, a partire dai risultati delle elezioni del 2004 per il rinnovo del Parlamento Europeo, sono stato assiduamente in contatto con quasi tutti i gruppi e le associazioni dichiaratamente liberali esistenti in Italia, per verificare se esistessero le condizioni minime per una riunificazione, se non di tutti, di una parte significativa dei liberali su una linea politica che ora, per sbrigarmi, definisco "centrista". Ossia volta al superamento di un sistema politico che con artifizi vari, di tecnica elettorale e di regole istituzionali, altri avrebbero voluto semplificare fino all'estremo, risolvendolo nella dialettica fra due soli partiti. Tra i tanti che, senza essere arruolati fra i laudatori del Presidente Berlusconi, si compiacciono di definirsi liberali, per sensibilità sviluppata attraverso specifiche letture, o per tradizioni familiari, o per le più varie motivazioni, ho rilevato – quasi con lo spirito scientifico del ricercatore – tutto e il contrario di tutto.
Per quanto riguarda la legge elettorale, ho incontrato persone convinte che la proporzionale sia da fuggire come la peste ("maledetta proporzionale" ha scritto qualcuno) e che non esistano alternative al sistema maggioritario, realizzato attraverso collegi uninominali ad un solo turno. A questi anglofili, il leader dei liberal-democratici britannici, Nick Clegg, recentemente ha dato un dispiacere proponendo di rimettere in discussione con apposito referendum il mantenimento della legge elettorale del Regno Unito, che i nostri pensavano perfetta.
Non mancano, sul fronte opposto, i difensori della proporzionale, che magari vorrebbero purissima, senza alcuno sbarramento, in modo che anche liste che raccolgono lo zero virgola qualcosa abbiano speranze.
Per quanto mi riguarda, so che la legge elettorale perfetta non esiste; personalmente, propendo per un sistema elettorale misto, con la parte prevalente dei seggi assegnati in collegi uninominali, ma con candidati selezionati in un precedente turno di primarie obbligatorio e disciplinato dalla legge; e con una quota di seggi assegnati con metodo proporzionale fra liste concorrenti in circoscrizioni abbastanza ampie, così da salvaguardare il pluralismo nella composizione del Parlamento, invece non garantito dal sistema maggioritario puro, perché potrebbe succedere che in tutti i collegi prevalga sempre il medesimo schieramento, in molti casi per pochi voti di scarto.
Ma la confusione delle lingue (e dei cervelli) si può riscontrare con riferimento a qualsiasi altro argomento. Così, da un lato ci sono i fautori dell'unità dei laici contro il pericolo clericale; dall'altro ci sono quanti obiettano che essere "laici" non basta a caratterizzare una linea politica (ad esempio, tanto Giovanni Gentile, quanto Antonio Gramsci, avevano posizioni non confondibili con quella dell'ubbidienza alla Chiesa Cattolica, ma si trattava pur sempre di posizioni molto diverse e distanti fra loro). Personalmente, nutro profondo rispetto per il sentimento religioso e sono convinto che il valore della libertà vada apprezzato anche (soprattutto) nella dimensione spirituale, come processo perenne di affinamento della coscienza morale individuale e di ricerca della verità.
Per passare alla "centralità" dell'economia, troviamo persone convinte che tutto ciò che è pubblico sia da respingere come fonte di sprechi e che le sorti di ogni cosa vadano decise dal mercato. Si dicono liberali, ma io li definisco anarco-capitalisti. Personalmente, non li sopporto; mi attesto sulla distinzione fra liberismo economico e liberalismo filosofico-politico-giuridico, che fu teorizzata da Benedetto Croce.
Non dimentico mai che politici della Destra storica, come Minghetti e Silvio Spaventa, volevano che il sistema ferroviario nazionale fosse di proprietà e sotto l'esercizio dello Stato; per questo furono messi in minoranza nel 1876 da un'alleanza parlamentare fra Sinistra e liberisti. Così come non dimentico che un economista liberista, quale Ernesto Rossi, fu convinto fautore della nazionalizzazione dell'energia elettrica. In entrambi i casi (ferrovie ed energia elettrica), non per scelte ideologiche preconcette, ma per una valutazione realistica della soluzione che, nelle circostanze date, sembrava realizzare meglio l'interesse pubblico.
Finora mi ero illuso che ci fosse una qualche concordia di vedute fra i liberali almeno limitatamente alle grandi scelte di politica estera. Ma anche in questo campo vengo smentito dai fatti. Scopro un gruppo, ovviamente liberale, che invia una lettera al Ministro degli Esteri italiano (manca il senso del limite) per chiedergli di ritirare il nostro Ambasciatore in Israele; segue una vibrata protesta per la condizione dei Palestinesi di Gaza e contro i governanti israeliani, le cui mani gronderebbero sangue.
Al riguardo, condivido senza riserve l'ottimo editoriale di Angelo Panebianco nel "Corriere della Sera" del 4 giugno 2010, titolato "La fragilità di Israele". Gli attuali governanti di Israele hanno compiuto e continuano a compiere gravi errori; ma il contesto è oggettivamente difficile. Negli ultimi tempi è stato reso più complicato dalle nuove posizioni assunte dalla Turchia, la quale intende fare pagare agli Europei le difficoltà che finora hanno frapposto all'ingresso di quell'importante Paese nell'Unione Europea. Una Turchia protagonista di una politica estera aggressivamente caratterizzata nel segno dell'unità islamica può rimettere completamente in gioco equilibri già molto precari.
Non voglio discutere di quali fossero gli orientamenti politici delle persone di varia provenienza che hanno cercato di forzare il blocco navale israeliano, per portare aiuti alla gente di Gaza. Sotto il profilo strettamente metodologico, chiedo: non è forse vero che questo nostro mondo sarebbe ancora più violento e caotico se prendesse piede il criterio che quanti non condividono una misura politico-militare (come il blocco navale, nel caso in questione) sono legittimati a disattenderla in nome di superiori sentimenti di pace e di umanità? Occorre sempre molta prudenza prima di avventurarsi in considerazioni di politica estera; ma, ragionando in astratto, la Cina tollererebbe manifestanti di altri Paesi che, in territorio cinese, organizzassero una protesta, a favore del Tibet? La Russia tollererebbe, nel proprio territorio, manifestazioni per l'autonomia dei Ceceni? La violenza di uno Stato contro chi esprime opinioni determina sempre reazioni di rigetto. Ma bisogna avere chiaro che non sono soltanto gli Israeliani a comportarsi così. La storia mondiale è piena di atrocità, commesse da tutti gli Stati, per perseguire propri obiettivi di potenza. Anche i "civili" Inglesi hanno molte pagine davvero poco gloriose nella loro storia; fino al punto di muovere guerra ai Cinesi perché si rifiutavano di continuare a commerciare l'oppio. Per venire alla nostra storia italiana, basta ricordare il modo in cui il regime fascista normalizzò la Cirenaica, deportando popolazione inerme in campi di concentramento e facendola letteralmente morire di fame e di stenti. Fino all'impiccagione di Omar al-Mukhtàr.
Lo Stato d'Israele non ha avuto pace sin dal suo inizio. Nel maggio del 1948 fu attaccato contemporaneamente dai seguenti Stati arabi, che non avevano accettato la risoluzione del'ONU del 29 novembre 1947: Egitto, Siria, Libano, Transgiordania (l'attuale Giordania), Iraq e Arabia Saudita. Nel 1967 (guerra dei sei giorni), fu Israele a prendere l'iniziativa bellica, ma dopo che Nasser aveva stabilito il divieto per le navi israeliane di attraversare il Canale di Suez. La guerra del Kippur fu un attacco proditorio di Egitto e Siria contro Israele. Fu scelta una festa religiosa ebraica per cogliere di sorpresa ed impreparati gli Israeliani. Il Consiglio di Sicurezza del'ONU non condannò subito l'attacco, ma votò il cessate il fuoco soltanto sedici giorni dopo che erano iniziate le ostilità (22 ottobre 1973) e, naturalmente, diede torto agli Israeliani che, dopo aver subito l'offensiva nemica nella prima settimana, avevano ripreso il sopravvento militare.
L'ONU, per come è strutturata, dà sempre e comunque torto a Israele. Che rappresenta una piccola minoranza mondiale, rispetto ai numeri e alla rilevanza geo-strategica dell'insieme degli Stati arabi e islamici. Anche gli arabi più moderati, alla resa dei conti, non possono fare altrimenti che attestarsi su una linea di solidarietà inter-araba.
Israele ha potuto sopravvivere finora perché, nei momenti decisivi, gli Stati Uniti hanno posto il veto contro deliberazioni anti-israeliane del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Lo Stato d'Israele sembra forte contro i Palestinesi; ma, in realtà, è potenzialmente sempre più debole contro tutto il mondo arabo e islamico coalizzato. Quando gli Stati Uniti non avranno più la forza politico-militare di sostenere lo Stato d'Israele, questo sarà cancellato dalla carta geografica. Io temo questo esito e certamente non lo auspico. Mi piacerebbe che le prese di posizione pubbliche di quanti si definiscono liberali fossero qualitativamente diverse da quelle di coloro che abitualmente indossano sciarpe e mantelle con i colori palestinesi. Mi piacerebbe che un più sviluppato senso critico facesse comprendere che il male del mondo non inizia e non finisce con lo Stato d'Israele. Arrivo a sperare che Paesi realmente amici di Israele possano svolgere un credibile e concreto ruolo di mediazione per indurre gli stessi governanti israeliani a fare auto-critica e a seguire politiche più accorte, di ricerca della pace possibile con chi – all'interno del variegato mondo arabo e islamico – la pace la vuole davvero.
E, comunque, basta con i "liberali" generici. Vadano a ramengo. Se avessi un minore senso del ridicolo proporrei la costituzione di una nuova genia politica: i "liberali amici del bene comune". In sigla ABC, perché proprio all'abbicci della politica si dovrebbe tornare.
LIVIO GHERSI

lunedì 3 maggio 2010

 

Pannella e il pannellismo: grandi idee, fantasia geniale e grandi errori politici

Non solo i Radicali hanno 55 anni, e perciò sono il più antico partito italiano in attività e con rappresentanti eletti, ma il fondatore Marco Pannella ha compiuto ieri 80 anni, e dunque è il più vecchio leader politico attivo in Italia. E noi che siamo liberali e anche radicali dalla prima adolescenza, sia pure in dissenso su alcuni punti, auguriamo a Marco, ai Radicali e all’Italia ancora tanti anni di coraggiose battaglie per la libertà, la giustizia e i diritti civili.

Pannella è non solo un grande uomo dalla forte personalità, ma ormai, per la sua continuativa presenza vigile e critica a partire dal dopoguerra, quasi un nuovo "Padre della Patria" dell’Italia contemporanea, un continuatore sincretistico, eccentrico, addirittura iconoclasta, ma onesto, di un vasto arcobaleno liberale che va da Cavour a Salvemini, da Pannunzio a Ernesto Rossi, a Calogero (ma dai tre suoi contemporanei fu giudicato talvolta un “matto”). Ma se neanche i suoi colleghi più anziani del primo Partito Radicale lo capirono davvero, è naturale che l’Italia, che lo ha capito ancor meno di quanto lo abbia amato, sia comunque con lui in debito di gratitudine.

Quel po’ di riforme liberali che nei Paesi a democrazia liberale erano già tranquillamente in vigore da decenni, Pannella e il piccolo manipolo dei Radicali ce le hanno date in modo drammatico, a prezzo di lotte e sacrifici grandissimi, stimolando come fastidiosa mosca cocchiera i partiti e le Istituzioni, esponendosi in prima persona, facendosi arrestare o processare. Solo per ricerca patologica di visibilità? Non solo, anche se è vero che in via di Torre Argentina è domiciliato un vero e proprio "partito giornalistico", che vive costantemente con gli occhi su giornali e tv, e perfino le azioni e i programmi adatta scientificamente su misura dei vari media. Allora per eroismo o masochismo? Neanche.

Il fatto è che nel nostro Paese le forze reazionarie o conservatrici, la Chiesa in testa, hanno sempre opposto – a differenza che altrove – resistenze durissime alle riforme democratiche e liberali, alla trasparenza, al controllo dei cittadini sugli atti degli eletti, al rispetto delle regole, alla concorrenza, al merito senza raccomandazioni, al riconoscimento dei diritti civili, alla separazione tra Stato e Chiesa. Noi non abbiamo avuto una vera "rivoluzione liberale": ecco perché perfino un Partito Liberale, se ci fosse, dovrebbe essere in Italia più duro e aggressivo che nei Paesi anglosassoni. Ma non c'è.

Altra cosa, invece, è il giudizio sulle opzioni ideologiche e sulle tattiche politiche radicali. Pannella, che uscì subito, troppo presto, dal Partito Liberale, nel quale da giovane faceva parte della sinistra liberale, ha creduto a lungo che potesse esistere il famoso "ircocervo" liberal-socialista su cui aveva giustamente ironizzato Benedetto Croce. Tant’è vero che ancora oggi in casa radicale si ricorda con simpatia e partecipazione il "progetto riformatore" lab-lib di Craxi, che aveva un secolo di ritardo su qualsiasi partitucolo liberale.

Fatto sta che il neonato Partito Radicale del 1955 voleva essere il continuatore dello sfortunato Partito d’Azione, a sua volta la realizzazione politica del movimento antifascista Giustizia e Libertà fondato sul binomio Pensiero e Azione. Ma sfuggì ai primi radicali, un po’ per colpa loro e un po’ per il pessimo esempio offerto in quegli anni e nei decenni futuri – con l’unica eccezione della battaglia per il divorzio – da un Partito Liberale Italiano, in realtà ultra-moderato o conservatore, che il Liberalismo non ha certo bisogno del Socialismo per ritrovare in sé il coraggio del Risorgimento, il laicismo, le riforme più avanzate, la solidarietà per i più deboli, la flessibilità in economia. Neanche Keynes, che fu un personaggio-limite, era un socialista. E d’altra parte fu il liberale Zanardelli a creare le Ferrovie dello Stato. Fu Cavour a far pagare più imposte ai più ricchi, quindi anche a se stesso. E furono Cavour e Siccardi a togliere i privilegi agli enti ecclesiastici, e a far arrestare perfino l’arcivescovo di Torino che istigava il popolo a non rispettare la legge dello Stato. Sarebbe bastato che i sedicenti "liberali" italiani facessero davvero i liberali, meglio se liberali moderni.

Oggi, il Socialismo ha ormai definitivamente perso, e il Liberalismo ha stravinto nella competizione della Storia. E, per fortuna, grazie all’attuale crisi economica globale, quasi non bastando i testi degli scrittori liberali, si è capito anche che il Liberalismo non coincide certo col Capitalismo, di cui in fondo (come pure per le Istituzioni statuali) si limita ad essere un garante, un arbitro.

Eppure, Marco Pannella, è ancor oggi convinto che il ruolo ultimo dei radicali è nella "alternativa di Sinistra", non certo nell’egemonizzare i tanti liberali. Non per caso, dopo l’emorragia e le defezioni dei radicali fondatori, da Pannunzio a Rossi, la piccola frazione che rimase a gestire la sigla dei Radicali storici nei primi anni 60 fu quella pannelliana dei "Radicali di sinistra". Basta leggere la eloquente, lunga voce della storia del Partito Radicale, che pochi conoscono.

Allora, almeno, esisteva ancora un piccolo e inadeguato ma attivo Partito Liberale. Possibile che Pannella non comprenda che manca in Italia, unico Paese occidentale formalmente "liberale", un forte soggetto politico liberale, maggioritario, come si conviene all’ideologia che ha vinto e che regge col suo nome tutta la baracca dell’Occidente e perfino di alcuni Paesi orientali? Esiste un deficit non solo di Liberalismo in Italia, ma perfino di rappresentanza politica liberale. Deficit che certamente il minuscolo partito dei Radicali non può compensare. Anche perché non pochi liberali negano che gli amici Radicali siano dei veri liberali.

E poi, serve parlare alle larghe maggioranze dei cittadini, alla gente comune, non più solo alle tradizionali minoranze emarginate (ma "privilegiate" dai Radicali), come i carcerati, i tossicodipendenti, i malati, le abortiste, gli omosessuali ecc.

Eppure, il "sindacato delle minoranze" – che poi neanche sono elettoralmente grate, cioè neanche vanno a votare, perché a votare radicale sono poi i normali "borghesi" delle grandi città col loro voto d’opinione – e le eroiche raccolte di firme ai tavolini di quartiere, e il continuo appello al popolo coll'inflazionato referendum, non hanno impedito ai Radicali di ambire alla Grande Politica Istituzionale. E questa è già una prima contraddizione.
Per niente riamato (famoso l’episodio dello schiaffo davanti alla sede di via delle Botteghe Oscure), Pannella ha preteso di coinvolgere non il Partito Liberale e il Partito Repubblicano, effettivamente poca cosa perché non rappresentano il Liberalismo diffuso nel Paese, ma il Partito Comunista. Allo stesso modo, in seguito ha fatto provocatoriamente la corte ai socialisti di Craxi ed ora al Partito Democratico. Questo è il target delle alleanze radicali, non certo il mondo laico-liberale, nonostante una vulgata comune nella base dei liberali storici.

Perciò, è di lunga data il principale errore storico di Pannella, la mancata aggregazione, grazie al potere di cristallizazione della sua personalità carismatica, di tutti i liberali italiani in un’unica sigla. Soggetto che sappiamo vincente, dato che tutte le indagini demoscopiche attribuiscono alla posizione liberale – con opportuni quesiti sui più diversi temi, dalla laicità dello Stato all’economia – dal 30 al 50 per cento ed oltre di consensi italiani. Siamo o no, dopotutto, la 7.a od 8.a potenza industriale dell’Occidente? Se negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, ad esempio, i questionari darebbero rispettivamente il 90 e il 70 per cento, sarebbe strano, perciò, che in Italia i "liberali" nel puro significato ideologico fossero meno di un terzo.

E se questo è vero, il "Pierino", il "goliardico", l’ "esibizionista", il "narcisista", l' "istrionico" Pannella, tutto preso a costituire un piccolo movimento di punta, un’elite agitatoria, la zanzara-tigre isolata e perciò altamente visibile, ma anche facilissima (per lui) da controllare a differenza di un grande partito, avrebbe rinunciato ad un Grande Soggetto Liberale unitario da almeno 30 per cento dei voti, insomma un grande partito leader di Governo?

Certo, Pannella non è caratterialmente un Presidente del Consiglio, ma un geniale guastatore, uno che produce salutari "crisi", non uno che le compone, uno che solleva scandali non uno che li sopisce.

Con l’aggravante che l’attuale partito radicale, "Radicali Italiani", pur essendo un gruppuscolo esemplare di militanti uniti tra loro "per la vita e per la morte" e che fa politica 24 ore su 24, al momento delle elezioni perde l’aspetto movimentista e prende voti ideali e generici di simpatia come qualsiasi movimento liberale, cioè si trasforma in un "partito di opinione". E allora, tanto valeva…

Macché, chi pensasse questo mostrerebbe di non conoscere la psicologia in generale e il carattere di Pannella in particolare. In qualsiasi grande partito che si rispetti, che cioè si fosse confrontato ogni giorno con la dialettica e il sistema di alleanze con altri grandi partiti o anche nel Governo, un estroverso irrefrenabile come Pannella non potrebbe più fare il "Pierino", né inventarsi in cinque minuti le sue famose, geniali mattane, imprevedibili perfino per i militanti più fedeli. Il fantasista improvvisatore, il provocatore, la primadonna, avrebbe dovuto mettersi a freno, fare i conti con altre primedonne – e tanti personaggi banali, oscuri e mediocri – provenienti eventualmente dalle classi dirigenti degli altri partiti laici, proprio in un’area come quella liberale che in genere è razionale e seriosa, pochissimo disposta alla politica come spettacolo, e tantomeno ai nobilissimi "ricatti" violenti della non-violenza alla Gandhi.

Ecco perché, fin dall’inizio, Pannella non si è mai occupato dei Liberali ma della Sinistra, anche la più estrema, nonostante la sua origine e perfino la sua conclamata simpatia ideologica per la Grande Destra cavourriana. Diciamo che nello sfaccettato e complicato Marco l’ideologia si è dovuta piegare alla politica, e questa al di lui particolarissimo carattere istrionico. Un attore del suo calibro, al posto di Malagodi e La Malfa, sarebbe stato ridicolo oltreché impensabile.

Ma oggi? La Storia non si fa con i "se", ma dagli anni 90, proprio in concomitanza con la crisi del PLI e del PRI, Pannella avrebbe potuto e dovuto fondare gli Stati Generali del Liberalismo, nonostante la sua antipatia di sempre per le ideologie, compreso l’ismo liberale. Il suo vizio anti-ideologico della politica personalistica senza freni inibitori, che i biografi più benevoli definiscono "pragmatismo", "sincretismo" e "trasversalismo", avrebbe dovuto cedere almeno di fronte alla convenienza, alla utilità. Quelli erano tempi favorevoli: fine della Democrazia Cristiana, muro di Berlino, crisi dei partiti comunista e socialista, trionfo liberale, sviluppo economico, inizio della globalizzazione, e Berlusconi non ancora disceso in politica. Ora, poi, dopo aver costretto all’emigrazione il geniale comunicatore Capezzone, che avrebbe potuto essere anche un giovane leader liberale unitario, è lo stesso Pannella che denuncia il bipolarismo finto e senza idee, da Destra a Sinistra, con l’ascesa di una classe politica cinica e affaristica che è di gran lunga la peggiore della Storia dell’Italia unita. E anche gli esempi clamorosi che giungono dal regno Unito, con quel Clegg che riesce a bucare lo schermo televisivo con idee liberali e che rafforza il tripolarismo britannico partendo da un terzo dei voti, avrebbero dovuto convincere chiunque, ma non il testardo Marco.

I Radicali, insomma, che pure si riempiono la bocca anche loro del magico aggettivo "liberale", sono ancora convinti dell’inutilità, della fatuità, della volatile leggerezza politica dei Liberali, specialmente italiani. Pannella, è evidente, è rimasto alla fotografia in bianco-nero della sua giovinezza, quando i liberali tipici erano davvero galantuomini, distinti signori onesti e intellettuali, talvolta perfino aristocratici (ad averceli, oggi!), però teorici e alquanto pigri, persi nei propri mille interessi di persone o molto intelligenti o molto ricche, incapaci di parlare alla gente o di capirla davvero, negati per la psicologia della comunicazione, per l’attività politica spicciola, per la propaganda. Tutti "segretari politici" in pectore, ma nessun militante.
E se questo è stato l’imprinting psico-sociologico ricevuto dal giovane Pannella, come meravigliarsi se i "suoi" Radicali, i post-calogeriani, siano diventati – all’opposto – tutta azione e niente pensiero, insomma solo esemplare attivismo frenetico, esemplare per gli stessi iscritti radicali, per la classe politica e per l’Italia? Un eccesso di azioni provocatorie, nel senso più nobile del termine, che ha finito per creare la coesione "da eroismo", l’atmosfera da setta fanatica che ricorda i primi Cristiani. E la sete di "verità", termine poco liberale, come anche ahimsha e sathyagraha, gli deriva dal grande Capitini, il cattolico non violento e vegetariano inventore della "marcia della Pace", che fu uno dei suoi maestri, il responsabile di quella sua impazienza da cristiano protestante.

Evviva, dunque, Pannella, il mostro sacro della politica italiana, il politico non-politico per eccellenza (che però vive, respira la politica 24 ore su 24), il "diverso" della Casta, che compie vitalissimo i suoi 80 anni. Grazie di cuore per tutto quello che ha fatto, stimolato, inventato e pensato. L’Italia deve essergli grata. E un seggio a vita in Senato se lo meriterebbe, certo, ma solo se non fosse ancora così attivo, così provocatorio, così "giovane", così intellettualmente di parte.

Può sembrare paradossale che Marco Pannella, ora che comincia ad essere dipinto quasi come "padre nobile" anche dai suoi eterni avversari, venga accusato proprio dai Liberali. Non di aver fatto ma di "non aver fatto" qualcosa. Anche lui, anzi proprio lui che aveva destato tra i liberali più riformisti grandi aspettative, ha commesso degli errori, e gravi. Passiamoli in rassegna:

1. CONTRO LE IDEOLOGIE, ANCHE CONTRO L'UNICA CHE HA VINTO. Il primo errore è quello di credere che il Liberalismo non basti a se stesso, e che lo si debba incrociare col Socialismo (ma sarebbe un "ircocervo", aveva ragione Croce) o, almeno, con una sorta di pietismo di stampo cristiano-riformatore. In realtà Pannella è l'anti-ideologo per eccellenza: questo - ne è convinto - dovrebbe permettergli di spaziare a suo agio e senza limiti a Destra e Sinistra come una primadonna, trasversale a tutto e tutti. Troppo comodo.

2. IL PERSONAGGIO AL POSTO DEI PROGRAMMI. Il secondo è quello di aver dato troppo spazio al carattere del personaggio, alle sue improvvisazioni mediatiche, ai suoi discorsi da decenni oscuri, sibillini, contorti, barocchi e incomprensibili, e poco alle alternative e ai programmi concreti, con poche parole chiare e semplici, com'è nella tradizione anglosassone e liberale, e soprattutto agli obiettivi di lungo periodo.

3. IL SINDACATO DELLE MINORANZE EMARGINATE. Al posto delle ideologie o dei programmi ci sono pochi temi e categorie protette: carcerati, tossicodipendenti, abortiste, divorziandi, gay ecc. E la gente comune, le larghe maggioranze dei cittadini?

4. VECCHIO PARLAMENTARISMO. Il terzo errore, quello di operare nella società civile per poi ricercare le alleanze solo in Parlamento, dove – è chiaro, col sistema dei "nominati", non degli eletti – i liberali non ci sono, non ci possono essere. Ma allora, perché tentare di colloquiare a destra e a manca, e allearsi con "cani e porci"? Un comportamento machiavelliano e politichese.

5. MAI CREDUTO NEL SOGGETTO LIBERALE. Il quarto errore, quello principale, non aver capito subito che il Liberalismo ormai diffuso tra la gente non trova in Italia un Grande Soggetto Liberale, caso unico al mondo, e che perciò bisognava indire – ma senza la minima egemonizzazione, da primi inter pares (cosa difficilissima per Pannella) – veri e propri Stati Generali non dei partitini o delle sigle esistenti, ma del Liberalismo nascente, ubiquitario nel Paese. Iniziativa che solo Pannella, con la tenacia, la capacità di seduzione e il carisma che ha, poteva promuovere.

6. DA PUNGOLO A PROTAGONISTA. Infine, l'errore di non aver afferrato, mentre imitava gli anglosassoni, che in quei Paesi l’azione dei "liberal" o radicali funzionava da dettaglio o perfezionamento specialistico, insomma da "suocera" dei Governi liberali. Invece in Italia, dove manca, è sempre mancato, un Grande Partito Liberale, questa azione di contraltare e di critica o stimolo non può funzionare con una Destra e una Sinistra entrambe illiberali, affariste, clientelari, antidemocratiche e clericali, e perciò ai Radicali nostrani verrebbe affidato (come è sempre stato affidato, in realtà) un ruolo troppo ambizioso, addirittura surrogatorio, insostenibile per un'elite di poche centinaia di attivisti.

IMMAGINE. Marco Pannella referendario in una riuscita caricatura di Franco Bruna


sabato 6 febbraio 2010

 

Per una teoria liberale di Governo: Europa, laicità, mobilità, regole di mercato

Un bel manifesto-programma liberale, che può valere per tutti i liberali, anche quelli immemori che hanno dimenticato l'abc del Liberalismo, con la scusa che sarebbe "una idea moderata" e che perciò non richiederebbe né idee, né programmi, né memoria, né spirito critico, né intelligenza, è stato nei giorni scorsi stilato da Critica Liberale e dal neonato Forum Liberal-Democratico per l’Economia e le Riforme (Folder). Lo condividiamo e lo presentiamo qui di seguito.
Ma chi sono i firmatari? Ben nota è Critica, animata da anni da Enzo Marzo, poco noto è Folder, un nuovo pensatoio di giovani intellettuali organizzato da Massimo Donadi e Sandro Trento nell'intento, non si sa quanto possibile, di corroborare con idee forti, giuste e presentabili, il composito e ideologicamente confuso partito di IDV (Italia dei Valori).
Un manifesto che suggerisce quattro filoni di pensiero pratico per una nuova teoria liberale di Governo, adattissimo sia a chi sta all'opposizione, sia a chi sta al Governo. E che sia indirizzato come "lettera aperta" o appello a IDV, è quasi secondario. Certo, Di Pietro farebbe bene a impararlo a memoria e a metterlo in pratica, se ne è capace, se vuole che la sua opposizione perda quel carattere così erratico, sanguigno e.populistico che piace tanto ai vignettisti, per assumere la sostanza e il tono di una organica e seria posizione davvero liberale. Ma gli stessi "veri liberali" di lunga data che ironizzano su Di Pietro, sono sicuri di aver fatto il loro dovere di liberali e di non essere i veri colpevoli dell'attuale stato di cose in Italia? Altro che Berlusconi. La politica, come la fisica, insegna che ogni vuoto va riempito. E' indubbio che se i liberali italiani lo avessero voluto, non ci sarebbe stato il quindicennio berlusconiano, oggi i liberali sarebbero uniti, e anzi costituirebbero addirittura la maggioranza della classe politica e di Governo, così come sono - non per merito proprio - maggioranza silenziosa, troppo silenziosa, nel Paese.
Per questi motivi, riteniamo una interessantissima novità l'elaborazione teorica (ma di Governo) stilata da Folder-Critica. Facciamo finta che non sia indirizzata come lettera aperta al congresso di IDV. Prendiamola come un appello a tutti i Liberali. Una "scaletta" di idee di base che permetterà - ne siamo convinti - a molti "liberali" di aggiornare o ripassare l'abc del Liberalismo, e che dimostra intanto la praticabilità e assoluta modernità dell'alternativa liberale nella vita politica di ogni giorno. E poi, anche per la "comunicazione", potrebbe valere da vademecum intellettuale del buon "liberale organizzato", sempre a corto nei club o partiti in cui opera di mezzi di diffusione e persuasione "di massa". (NV).
.
QUATTRO IDEE LIBERALI PER L’ALTERNATIVA DI GOVERNO*
Da anni è in corso una vera usurpazione dell’idea liberale da parte della destra italiana al governo. La cultura liberale e democratica deve far sentire la sua voce. La democrazia liberale è limitazione del potere, certezza del diritto, centralità del conflitto regolato, rispetto delle regole del gioco, pluralità delle fonti d’informazione, concorrenza e poliarchia economica, laicità. Una moderna democrazia liberale rifiuta ogni pur larvata rivalutazione del passato totalitario e antieuropeo o di quello premoderno e antirisorgimentale della nostra storia. La Grande Crisi economico-finanziaria può rappresentare una ulteriore minaccia in quanto sull’onda degli eccessi della finanza e dei fallimenti dei regolatori dei mercati si sta rimettendo in discussione la fiducia nel mercato come istituzione. La destra populista che è al governo in Italia è molto distante dai principi del liberalismo: si tratta infatti di forze che facendo leva sul regime di monopolio dell’informazione governano nel prevalente interesse personale del capo e dei suoi sodali, stanno stravolgendo il governo delle leggi e ogni regola del gioco democratico, deformando a proprio vantaggio le norme stesse del patto costituzionale, mettendo in causa i valori etico-politici fondamentali su cui la Repubblica venne rifondata dopo la catastrofe fascista, costruendo per le giovani generazioni un futuro di degrado civile, di dequalificazione e di precarietà. Il risultato è la disfatta morale, sociale ed economica, un paese in declino e screditato all’estero.
Ma anche nel centro-sinistra manca una solida condivisione di alcuni principi base di impostazione liberal-democratica, indispensabili per garantire che l’Italia non prenda una deriva autoritaria o di declino economico e morale. Ci sembra allora necessario ripartire da quattro priorità per costruire una alternativa di governo.
.
1. Investire sull’Europa. Chiediamo innanzitutto di rimettere al centro dell’agenda politica l’impegno per la costruzione di quella "unione sempre più stretta" che i padri fondatori dell’Europa vollero iscrivere nel preambolo al Trattato di Roma. L’Italia si è rivelata sempre decisiva per far avanzare il processo di integrazione e per mantenere aperta la prospettiva federalista. Questa spinta è venuta meno proprio ora che la sopravvivenza politica dell’Europa nel mondo globalizzato è legata alla sua capacità di parlare sulla scena internazionale con una voce unitaria, forte di una legittimazione democratica diretta. Occorre rispondere colpo su colpo alla demagogia antieuropea e non arrendersi alla prospettiva di un’Europa senza ambizioni. Anche sul piano interno, è prioritario adeguare il paese agli standard europei soprattutto nel campo dell’istruzione, dei servizi, delle infrastrutture, ma anche su quello del grado di corruzione (le classifiche internazionali infatti ci collocano tra i paesi a maggiore diffusione della corruzione).
.
2. Riaffermare la laicità dello Stato. Negli ultimi anni si è assistito a un vero e proprio arretramento del principio di laicità dello Stato. Su temi fondamentali per le libertà dei cittadini, si pensi alla fecondazione assistita, alle decisioni circa le modalità con le quali interrompere cure che artificiosamente prolungano uno stato di coma irreversibile, oppure ai temi del pluralismo religioso nelle scuole, e così via, si è avuto un vero attacco alla laicità dello Stato, senza che si levasse con forza la voce del centro-sinistra. Chiediamo un impegno solenne e iniziative concrete volte a instaurare piena libertà di opinione, religiosa, di scienza e di coscienza. In regime di separazione tutte le istituzioni pubbliche devono essere neutrali, garantire pari dignità ad ogni convinzione in materia di fede, sopprimere ogni privilegio. Devono tutelare, contro ogni tentazione oscurantista, la libertà della ricerca scientifica, primo motore dello sviluppo. Chiediamo l’abolizione di tutti i divieti e di tutte le discriminazioni giuridiche contro identità, comportamenti o stili di vita basati su pregiudiziali di carattere religioso. In una società sempre più secolarizzata e multireligiosa una politica di integrazione fondata sulla laicità (oltre che ovviamente su adeguate politiche sociali) è la sola garanzia contro la minaccia di trasformare il paese in un assemblaggio di comunità fondamentaliste e settarie, ostili fra loro e unite soltanto nella pretesa di limitare le libertà. Il rafforzamento dell’istruzione pubblica e laica (e l’introduzione reale dell’educazione civica nelle scuole) deve avere come primo obiettivo la formazione alla cittadinanza democratica degli italiani, oggi drammaticamente assente.
.
3. Attivare la mobilità sociale. L’Italia di questi anni è divenuta una dei paesi dell’Unione europea socialmente più statico e incapace di esprimere ed utilizzare le proprie energie potenziali. Settori sempre più ampi di giovani, donne, immigrati, anziani, e la popolazione di intere aree del Mezzogiorno, rischiano di rimanere esclusi o di venire espulsi dal mondo del lavoro e quindi dalla pienezza dei diritti di cittadinanza. Una politica liberale della flessibilità deve essere uno strumento della mobilità sociale, capace di moltiplicare le occasioni e garantire a ciascuno uguaglianza di opportunità e di punti di partenza, anziché divenire l’anticamera del precariato nel lavoro e della marginalizzazione nella società. Deve favorire il riconoscimento dei talenti e dei meriti, il libero espandersi delle potenzialità e della creatività di ogni individuo, l’accesso all’istruzione e alla conoscenza come strumento principale di progresso economico, sociale, civile. Una politica liberale dello sviluppo deve proporsi prioritariamente la lotta contro la criminalità organizzata che impedisce in ampie aree del paese il libero dispiegarsi delle energie economiche, e l’ abbattimento delle barriere neoprotezionistiche e neocorporative nel mondo delle imprese e delle professioni.
.
4. Libertà economica e concorrenza. In vaste aree del Paese categorie sociali dinamiche e legate alle imprese e al lavoro autonomo hanno creduto, in questi anni, che scegliendo la destra berlusconiana si sarebbe aperta, in Italia, una stagione di semplificazione, di rafforzamento delle libertà economiche, di maggiore attenzione per le esigenze delle imprese e del mercato. In realtà, la destra italiana intende la libertà economica come sdoganamento dell’assenza di regole: maggiore tolleranza per l’evasione fiscale (scudo fiscale); minore attenzione per le norme urbanistiche etc. Manca nella destra italiana l’idea che il mercato per funzionare in modo efficiente richieda regole a tutela della concorrenza e della certezza del diritto. D’altro lato, vi è nella destra italiana anche una forte anima anti-mercato, di vera nostalgia per l’intervento pubblico a pioggia: si pensi alla Banca del Sud, o all’idea che lo Stato possa d’imperio ripristinare il posto fisso per tutti o il rifiuto della globalizzazione.
Ma anche nel centrosinistra non mancano posizioni velleitarie di stampo statalista e la vecchia idea del "tassa e spendi".
E’ allora indispensabile riaffermare la necessità di regole che orientino i comportamenti degli operatori verso una maggiore concorrenza sui mercati, verso una riduzione degli sprechi dell’intervento pubblico. Va ricostruito un programma di liberalizzazioni e di apertura dei mercati, anche in settori nei quali tradizionalmente non si è utilizzata la concorrenza come molti servizi pubblici.
Noi, tuttavia, siamo consapevoli che, dopo mezzo secolo di faticoso e a tratti incerto apprendistato della democrazia e un quindicennio di imbarbarimento, un’efficace politica riformatrice non richieda soltanto un buon programma di governo, ma che si ponga anche mano a una ricostruzione civile del Paese, alla creazione di nuove classi dirigenti, a un nuovo inizio che abbia come punto di partenza la riscoperta del valore della libertà.
Pensiamo che il Congresso Nazionale di Italia dei Valori sia un momento fondamentale per dare avvio a questo processo.
FOLDER (Forum Liberal-Democratico per l’Economia e le Riforme)
FCL (Fondazione Critica Liberale)
.
* Lettera aperta ai delegati al Congresso Nazionale di Italia dei Valori. Le sottolineature sono nostre.

domenica 10 gennaio 2010

 

I Liberali primi nel sostegno a Emma Bonino, candidata governatrice del Lazio

In politica, è vero, contano i fatti. E se i liberali italiani d’ogni tendenza hanno la grave colpa d’essere refrattari alla riunificazione, il piccolissimo Partito Liberale poco può fare. In questi casi, accade che perfino le parole, oltre ai fatti, sono carenti.
Il comunicato Petrassi, invece, è entusiasmante. Non solo per la scelta, in fondo naturale per noi liberali. Ma anche per l’analisi complessiva.
Analizzato semanticamente e stilisticamente, è una piccola ma significativa boa nella rotta del liberalismo italiano contemporaneo. Esagero? Nient’affatto. E’ una rottura col mediocre passato degli ultimi 30 anni. Ci riporta quasi ai tempi della grande intuizione del divorzio, quando un ex grande movimento culturale e politico, regredito a partito provinciale, con un inaspettato colpo di reni ritornò all’avanguardia nel costume e nel diritto. Anche ora, fatte le debite differenze di scala, con questo comunicato, per i concetti arditi, d’ampio respiro e fuori degli schemi abituali, a tratti perfino spregiudicato, il Partito Liberale, pur nella sua piccola testimonianza, esce dalla mediocrità e prende una posizione da grande Liberalismo europeo. Grazie De Luca, grazie Petrassi. (NV)
.
Elezioni regionali.
LAZIO: BONINO, UNA OPPORTUNITA', POLVERINI, IL PASSATO DA ARCHIVIARE
.
La segreteria nazionale del PLI esprime apprezzamento per la scelta di Emma Bonino e ritiene la Sua candidatura una opportunità per tutti i cittadini del Lazio perché fuori da un bipolarismo di potere al tramonto e contro lo sfascio di questo regime partitocratico.
Emma per il Suo alto profilo morale e politico, riconosciuto anche a livello internazionale, è in grado di rappresentare la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra e di raccogliere consensi anche tra gli elettori moderati del centrodestra delusi dalle troppe promesse mancate del governo Berlusconi, in particolare fisco e liberalizzazioni.
Noi liberali sosteniamo la candidatura di Emma Bonino anche per il Suo impegno incessante a difesa dei diritti civili e per le sue battaglie liberali per la legalità, il rispetto dell’essere umano, la trasparenza nella P.A. e la dignità ed autorevolezza della politica.
Auspichiamo di estendere in altre regioni questa nuova alleanza con il partito radicale, insieme alle forze laiche, democratiche e riformatrici.
La Polverini rappresenta l’incontro tra il conservatorismo del Pdl e quello della prassi sindacale e vuole riportare il centrodestra indietro di anni, un’esperienza di governo che l’UDC ha bollato come fallimentare per il Paese e che oggi, incomprensibilmente, insegue.
Noi liberali siamo convinti che i cittadini del Lazio bocceranno questo ritorno ad un passato da archiviare. Temiamo, però, che le primarie ventilate dal PD, oltre a regalare troppo tempo alla campagna solitaria delle destre, nascondano il tentativo di aggirare la novità Bonino.
.
LA SEGRETERIA NAZIONALE DEL PARTITO LIBERALE
(Roberto Petrassi, coordinatore segreteria nazionale PLI)

sabato 26 dicembre 2009

 

Pannunzio tirato per la giacca, ovvero, il furto della salma, sport nazionale italiano

Un tempo si era tutti cavourriani, bei tempi, anche se già allora le serpi in seno, gli infiltrati per secondi fini, non mancavano. Poi tutti crispini, poi giolittiani, poi - si sa come andò a finire per la vigliaccheria nazionale - tutti fascisti. Poi, a fascismo sconfitto, ci si ricordò di essere stati in realtà tutti e sempre crociani. E il povero Croce non ha colpe: gli opportunisti erano i suoi finti discepoli di destra e sinistra, più i tanti senza idee. Poi, ancora, tutti marxisti, poi tutti democristiani (compresi quelli con la "molletta al naso", come Montanelli). Ora tutti berlusconiani. Finché Berlusconi non cade, ovviamente, dopodiché tutti diranno nei convegni di essere stati "antiberlusconiani da sempre, com'è noto".
E Pannunzio, come viene visto nel Bel Paese dell'opportunismo di massa e della faccia di bronzo come vera maschera nazionale? Intanto, aleggiavano su di lui da tempo gravi indizi. Per decenni era stato preoccupante il tasso di "sue" citazioni (vere, adattate, verosimili o false) che si potevano leggere sulla stampa. Sembra quasi di rivivere - ricordate? - il periodo in cui tutti si dicevano ammiratori di Ennio Flaiano e citavano a gara i suoi aforismi, veri o improbabili che fossero. Ahi, brutto segno: tutti pannunziani, nessun pannunzionano.
E che dire di quell'insopportabile finta nostalgia? Sembra di leggere Villon. "Ah, com'era bello Il Mondo d'antan, quel raffinato foglio per un'élite colta e illuminata, ben scritto, ben illustrato..." Che però, a vedere le tirature, ben pochi di lor signori leggevano. Anzi, è da ritenere che proprio il conformismo e l'insensibilità di molti intellettuali e giornalisti, magari proprio quelli che decenni dopo lo avrebbero lodato con nostalgia, condannò alla chiusura.
E' da quarant'anni che certi intellettuali, professori e giornalisti snob si atteggiano a "pannunziani" in ritardo o "eredi del Mondo" fuori tempo massimo. Magari proprio quelli con cui il grande direttore del "Risorgimento Liberale" e del "Mondo" non ebbe mai nulla a che fare, o con i quali era in profondo disaccordo, o che addirittura non stimava minimamente.
E' probabile che proprio alcuni di questi, certo una minoranza, per una sorta di Nèmesi al contrario ben nota agli psicologi, ora vogliano per vendetta verso i suoi "no" da vivo, amarlo con la forza da morto, impossessandosi del suo cadavere calcinato dagli anni per piegarlo - orribile a dirsi - ai più turpi disegni.
Scherzo, naturalmente, ma il pensiero mi è venuto, mentre si avvicina (marzo 2010) il centenario, querllo vero (era nato il 5 marzo 1910) di Pannunzio, nel leggere qualche articolo e nell'ascoltare qualche brano di relazione di convegnisti convocati con uno strano grande anticipo sul calendario (dicembre 2009) in un paio di convegni su Pannunzio, uno dei quali a cura del Corriere della Sera, a Milano. Convegni, dai quali Pannunzio in vita si sarebbe tenuto ben distante.
Ma, a parte il macabro sport nazionale del "furto della salma", non vorrei che capitasse al povero Pannunzio quello che sta capitando al Liberalismo in Italia. Tutti lo lodano, che dico?, lo rimpiangono con nostalgia, proprio ora che non lo votano più, e anzi si oppongono ad una qualche coalizione autenticamente liberale, e perfino all'interno dei vari partiti ostacolano le soluzioni liberali. Necrofilia? Speriamo di no.
Ma ho scritto troppo, e non vorrei che quelle che volevano essere "due righe di presentazione" mettessero in imbarazzo l'autore del brano seguente. Sull'anniversario e la figura dell'intellettuale e giornalista liberale, che fu anche un politico malgré soi, è uscito, per opera del Centro Pannunzio di Torino un volume "Liberali puri e duri. Pannunzio e la sua eredità"di cui riportiamo un brano come se fosse una quarta di copertina, a firma del suo direttore, il prof. Quaglieni.
NICO VALERIO
.
"C’è stata una tendenza a considerare Mario Pannunzio un radicale. È vero che egli fu uno dei fondatori del primo partito radicale nel 1955, ma è altrettanto vero che nel 1962 si dimise da quel partito che sotto la guida di Marco Pannella prese tutt’altro orientamento.
Un’altra tendenza è stata quella di considerare il quotidiano "La Repubblica" una sorta di erede del "Mondo" di Pannunzio, malgrado molti autorevoli collaboratori del "Mondo" pannunziano avessero scelto di scrivere su "Il Giornale".
Un terzo equivoco da chiarire è stato provocato da storici improvvisati che confondono Pannunzio con l’Azionismo [la politica del Partito d'Azione, erede in qualche modo del movimento antifascista Giustizia e Libertà, talvolta ondivaga e ambigua a causa delle sue diverse e contrastanti componenti ideologiche, NdR], che invece ha poco o nulla da spartire con lui che fu e rimase intransigentemente anticomunista.
È stata poco evidenziata invece la matrice schiettamente liberale di Pannunzio e la sua coerenza che portò uno dei collaboratori più autorevoli del "Mondo", Francesco Compagna, a definire Pannunzio "un liberale puro e duro". Il liberalismo di Pannunzio aveva radici profonde che si ritrovano nel saggio Le passioni di Tocqueville, scritto da Pannunzio nel 1943.
Pannunzio fondò, prima del "Mondo", il quotidiano "Risorgimento Liberale" che diresse dal 1944 al 1947. Su quel giornale scrisse molti editoriali che consentono di farci capire il suo liberalismo. In anni difficilissimi Pannunzio non esitò a chiedere la fine dei governi espressione del CLN, il ripristino della legalità al Nord dopo il 25 aprile 1945, denunciando con pari coraggio il dramma delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, dei prigionieri italiani in Russia. Il suo anticomunismo fu pari al suo antifascismo.
"Il Mondo" fu il suo capolavoro giornalistico. Le migliori firme della cultura liberaldemocratica e socialista-liberale si raccolsero attorno a quel settimanale, aperto alla collaborazione di molti, ma capace di essere intransigente su alcuni principi e valori irrinunciabili. Ha osservato Nicola Matteucci che "Il Mondo ha rappresentato la coscienza liberale dei problemi del nostro tempo". Anche se i risultati delle battaglie del "Mondo" non apparvero subito, essi si videro molti anni dopo quando i temi impostati dal settimanale riemersero, rivelandosi anticipatori di una cultura senza certezze dogmatiche. Quella cultura - scrisse Norberto Bobbio alla fine degli anni ’80 - "è più di casa in Italia oggi che trent’anni fa. La cultura che sembrava di pietra dura, come il marxismo, è piena di crepe".
PIERFRANCO QUAGLIENI

This page is powered by Blogger. Isn't yours?