maggio 11, 2008

 

Paradossi. Dove creare un gruppo liberale? Dentro una coalizione non-lib, ovvio

L'A PARTE LIBERALE. Come diceva Totò? "Partenopeo, parte napoletano". L'idea c'era, ma la realizzazione fiacca. La battuta meno azzeccata di Antonio de Curtis, che in genere non ne sbagliava una. Così, dopo lo scandalo dell'immondizia, tollerata da una cittadinanza che si fa i fatti suoi "strafottendosene" dell'immagine di Napoli, del Sud e dell'Italia tutta, e immemore dell'antica dignità non riesce a cacciare i suoi amministratori, ci siamo vendicati a nome dell'Italia migliorando la celebre battuta di Totò. E ora sì che è tagliente: "Partenopeo, parte italiano".
Ecco, scusate l'incipit creativo e caustico, ma ci è venuta in mente la battuta di Totò quando abbiamo letto dell'idea di dar vita ad una "Parte liberale", finalmente, dentro il Centro-destra, cioè il cosiddetto - ma ancora tutto da fondare - Partito del Popolo della Libertà.

Oddio, l'eterogenesi dei fini riserva sempre delle sorprese. Ma sappiamo che, anche se non avesse scritto il celebre libro, Tremonti si appresta da buon socialdemocratico a fare una politica economica dirigista e statalista. L'Alitalia, anziché fallire o essere acquistata da Air France, sarà ricapitalizzata o addirittura "statizzata".
Insomma, siamo tornati all'IRI di Prodi, altroché. E dire che il Centro-destra se la prendeva con l'ineffabile farfugliatore e borbottatore di Bologna. Che avrà avuto mille difetti, ma almeno il suo governaccio qualche debole proposta liberista l'ha fatta (il Centro-destra nessuna, in cinque anni), e ha ridotto il disavanzo pubblico che il Governo Berlusconi, straparlando ogni minuto di "liberali" e "liberalismo", aveva aumentato, dopo aver aumentato lo stipendio agli statali "fannulloni", senza licenziarne uno solo e senza porre criteri di merito. In più, difendendo la corporazione dei tassisti di Roma, la più esosa e arrogante d'Italia, solo perché simpatizzante di AN.
Ma ci sarà a Destra qualche voce discorde? Certo, quella del piccolo Brunetta che come tutti i piccoli abbaia ma non morde. E se decidesse di mordere? Peggio, anche lui è un ex-quasi socialista, comunque più lab che lib. Questo, mentre sono stati estromessi liberali come Biondi, Costa, Sterpa, Urbani, e mentre i pochissimi residui liberisti e liberali, come Martino e Della Vedova, dormono tranquilli.
Ecco, in una coalizione così profondamente anti-liberale, galvanizzata oltretutto dall'elezione degli statalisti Fini alla Camera e Alemanno a sindaco di Roma, chi credete che pensi ancora al liberalismo nelle istituzioni, nei diritti civili e nell'economia? Tolti i giornalisti, solo un politico, l'amico Taradash, che si appresta a convocare a Montesilvano (Pescara) "le masse lib-lib-lib" del Popolo delle libertà, popolo che come dice il nome si iscriverà - come già FI - non al Partito liberale europeo, ma al Partito Cristiano-Conservatore, cioè ai Popolari. Limpido come un sillogismo, no?
Uno contro tutti. Per carità, facciamo tutti gli auguri a Taradash, che è un vero liberale (e la riprova è che l'abbiamo conosciuto in casa radicale). Ma, dico io, è pure un toscanaccio e dunque abituato come tutti i toscani a pensar male, giustamente. E allora, non gli sorge il sospetto, come minimo, di aver sbagliato stanza? A meno che...
A meno che, anziché la parte liberale, non si voglia fare come si fa in teatro quando l'attore parla tra sé e sé, oppure pensa a voce alta, in modo che sentano gli spettatori in platea, ma non il destinatario vero, che sta dietro le quinte. Ecco, non vorremmo che fosse un "a parte" liberale.
NICO VALERIO

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IL CONVEGNO DI MONTESILVANO. Si è appena concluso il convegno di Chianciano, promosso da Marco Pannella e da Mauro del Bue, che i liberali sono chiamati ad un altro incontro da Diaconale, Giacalone e Taradash ritenendo indispensabile la costituzione di una “parte liberale”, se si vuole realizzare “una rivoluzione liberale”. I promotori dell’incontro paventano l’incapacità della nuova maggioranza espressa dalle elezioni del 13 e 14 aprile ad arginare “la reazione di tutti i gruppi di poteri minacciati dalla liquidazione di rendite e privilegi” a fronte di decisioni che dovranno essere indolori e impopolari, per la gravità della situazione politica, economica e civile. “Per questo – dicono i convocatori – riteniamo indispensabile per il successo dell’azione di governo che sia data voce all’interno del nuovo partito a quella “parte liberale” della politica italiana che è già presente trasversalmente nelle forze politiche che hanno avviato la costituzione del PDL, ma che troppo spesso in passato è stata relegata, così come è avvenuto sul fronte opposto, in un ruolo più di testimonianza che di direzione.”
Ho l’impressione che anche stavolta Diaconale, Giacalone e Taradash faranno un buco nell’acqua.

Ma come, si parte dalla constatazione condivisibile della necessaria esistenza di una “parte liberale” per realizzare la “rivoluzione liberale” e la si riduce ad essere una mera “correntina” di un partito che liberale sicuramente non è?
Infatti, perché costituire una “parte liberale” all’interno del PDL? L’unico risultato che potrebbe conseguire l’operazione è quello di tentare di aggregare consensi aggiuntivi all’area berlusconiana, al fine di rispondere al convegno di Chianciano che sembra volto al tentativo di aggregare consensi aggiuntivi all’area antiberlusconiana.
Non sarebbe giunto il momento di abbandonare questo vecchio modo di fare politica e costituire quella “parte liberale” che manca nel nostro Paese e la cui assenza ostacola “il percorso di modernizzazione del paese in tutti i settori dove lo Stato svolge un ruolo essenziale - infrastrutture, servizi, regole”?

BEPPI LAMEDICA http://www.venetoliberale.ilcannocchiale.it/

maggio 07, 2008

 

Privacy? Ma il contribuente è in rapporto con i concittadini, non con lo Stato

Diritto a conoscere chi fa il furbo o diritto alla privacy? Quando si delinea anche lontanamente una contrapposizione del genere, un vero liberale difende senza esitazioni il diritto a conoscere. Ci sono analogie stringenti: pensiamo solo al diritto a conoscere i bilanci delle aziende concorrenti, magari per condurre una operazione sui titoli o l'acquisto dell'azienda. Ve lo immaginate uno strano "mercato con privacy"? Che succederebbe se i bilanci dell'Alitalia fossero segreti? E anche lì ci sono nomi e cognomi, con tanto di stipendi. Suvvia, non diciamo sciocchezze "politically correct", che razza di diritto è il "diritto alla privacy"? E' un diritto minore che deve cedere il passo di fronte a diritti maggiori che riguardano l'ordine pubblico, la giustizia e l'economia di una Nazione.
Un vero liberale, perciò, dovrebbe essere contrario alla decisione del Garante che ha considerato illegale l'esposizione dei redditi degli Italiani sul web, per... inadeguatezza del mezzo usato. Strana questa motivazione: chissà se uno studente di giurisprudenza sarebbe promosso all'esame con una tesi del genere. Un documento o è riservato o pubblico, ma in quest'ultimo caso, specialmente in tempi di globalizzazione immediata delle conoscenze, la pubblicità segue i canali tecnologici che vuole.
E poi il web, si noti per noi liberali, è una stupenda bacheca a costo zero. Il povero ing.Stanca fece tanto per modernizzare i rapporti tra Amministrazione e internet, ed ora una sentenza oscurantista riporta tutto in alto mare? No, tanto non si riuscirà a bloccare nulla. Non si andare contro l'uso della tecnologia.
Quello che consola è che non solo le Associazioni di difesa dei consumatori, ma una volta tanto anche la stragrande maggioranza degli Italiani (finalmente non reazionari o corporativi!) sono d'accordo con la divulgazione dei dati. Purtroppo c'è il rovescio della medaglia. Psicologicamente è un brutto segno: vuol dire che la larga maggioranza è povera e forzatamente "onesta". Non ha nulla da nascondere.
Meraviglia, invece, che alcune frange di "liberali dell'ossimoro", i sedicenti liberal-conservatori del Centro-destra, abbiano gridato allo scandalo di lesa riservatezza, come se fossero stati spiati in camera da letto. Ma così si tradiscono, ipso facto, rivelando anche ai ciechi che hanno qualcosina di losco da nascondere. Altro che pericolo di rapimenti, non facciamo ridere: quale bandito andrà mai a scorrere le false, falsissime dichiarazioni dei redditi? No, è chiaro che a preoccupare sono le grandi evasioni o elusioni, ora visibili.

Riservatezza fiscale? Ma non è certo lì che deve risiedere il famoso pudore italico, quello sbrindellato pudore spudorato della nostra cara Nuova Borghesia degli Arricchiti Recenti, che né il pagamento professionale "in nero", né la raccomandazione, né il pizzo, né l'appalto truccato, né la compravendita di voti, né la corruzione in genere, a quanto pare offende.
Dico cose impopolari? Non mi sembra. Forse dico cose anti-aristocratiche e anti-privilegio. Da buon liberale
Gran parte della Destra politica è insorta con una sola voce, gridando e sbraitando. Anche perché sembrava un un "regalino" ad orologeria dell'odiato Visco, insomma come se l'esercito sconfitto durante la ritirata avesse "avvelenato i pozzi". Ma poi proprio i giornali di Destra hanno pubblicato per primi le liste incriminate. Ma i protestanti sbagliano di grosso, come spiego di seguito. Abbiano, per favore la pazienza di leggere fino in fondo.
Da noi, quando si dice "tutela della privacy" quasi sempre gatta ci cova. E’ come se in un vicolo napoletano qualcuno vi invitasse a fare silenzio: a che cosa pensereste? Del resto, è stata la legge a mettere la privacy in testa agli Italiani, quasi a volerli educare dall'alto all’anglosassone, loro che ne sono geneticamente immuni, com’è noto a chiunque frequenti bus, treni, ristoranti, bar, spiagge e strade italiane. E perciò il Garante cade nel ridicolo dei neofiti, vedi la cancellazione dai rendiconti delle ultime cifre dei numeri di telefono da noi stessi chiamati.
Nei Paesi liberal-democratici dell’Occidente, Stati Uniti in testa, chiunque può prendere visione rapidamente e facilmente (e suppongo, visti i mezzi moderni, ormai anche via computer) dei redditi del vicino, come del personaggio famoso o dell'uomo politico che si è votato. Ma non lo farà, credo, quasi nessuno, perché la curiosità della gente non è così morbosa come in Italia, dove aleggia la mentalità del segreto e l'ipocrita vergogna sociale di stampo innanzitutto cattolico nei confronti del denaro. Nei Paesi liberali anglosassoni è "interesse" dello stesso cittadino far sapere preventivamente a destra e a manca quanto alto è il suo reddito. Per avere così maggiore credibilità sociale ed economica. In un pub di Londra una volta un tizio grassoccio con cui parlavo di jazz iniziò il discorso (era americano, un inglese sarebbe stato più discreto, e anche più povero...) dicendo subito che lui era uno che guadagnava non so più quante centinaia di migliaia di dollari all'anno.

Ma anche in Italia, si tratta di elenchi pubblici da decenni. Ricordo che quand’ero adolescente i giornali pubblicavano lunghe liste di contribuenti in ordine decrescente di reddito, non so più se dichiarato o accertato. E’ così un lettore poteva scoprire con meraviglia che il noto gioielliere guadagnava ufficialmente poco più del suo capo-commesso, oppure che il signore dell’ultimo piano che piangeva miseria e viaggiava in 500, aveva un reddito triplo del proprio.
Il cosiddetto Garante della privacy, alla cui istituzione sono sempre stato contrario, ha sbagliato di granche facendo disattivare il motore di ricerca sul web, mostrando così di pensarla come il cittadino medio made in Italy, emotivo e irrazionale. Peccato, perché il servizio era non solo utilissimo, ma anche tipicamente liberale.
Le imposte, infatti, per quanto risultino ovunque psicologicamente odiose, e in Italia mai corrispondenti nella nostra percezione individuale ai servizi pubblici erogati dallo Stato (e di questo noi liberali ci lagnamo, a ragione, perché ci sono prove obiettive di questa scandalosa inadeguatezza), solo in apparenza sono una questione che intercorre tra il singolo cittadino e lo Stato. Il soggetto vero è la collettività, non il singolo. Lo stesso termine "contribuente" ricorda le antiche tribus in cui era diviso per scaglioni il popolo romano. Erano le tribù a pagare in solido. Naturale che poi si suddividessero al loro interno, tra i membri, il totale dell’onere complessivo.
Insomma, il monte imposte è la somma che la totalità dei cittadini, cioè la Nazione, deve pagare per la gestione della cosa pubblica. Un come per il conto al ristorante: se qualcuno fa il furbo, e al momento di pagare si eclissa e va in bagno, agli altri tocca di pagare un po’ di più. E’ normale che ogni singolo si guardi attorno e conti quanti sono i commensali e quanto pagano. Direi che è una funzione da cittadini responsabili, un ruolo di controllo dal basso tipicamente liberale. O preferiremmo che a farlo fosse lo Stato?
Non è, perciò, né collettivismo o socialismo in ritardo, né un particolare sadismo postumo di quell’antipaticone del ministro delle Finanze, Visco. Come in agricoltura – consentitemi l’analogia scherzosa – anziché ai pesticidi chimici che uccidono indiscriminatamente tutti gli insetti e avvelenano il cibo, si ricorre oggi sempre più spesso alla "lotta biologica" contro i parassiti, utilizzando altri insetti predatori dei parassiti.
Ebbene, senza arrivare a tanto, nel campo fiscale un sistema di sottile controllo diffuso basato almeno sulla semplice conoscenza, sarebbe non invasivo e neanche autoritario-statalista, ma a cura degli stessi cittadini, e perciò autenticamente liberale. Anche perché in questo caso una eventuale omertà mafiosa "rispettosa della privacy" si ritorcerebbe contro ogni singolo cittadino: pagherebbe di più, anche per i soliti furbi che se la godono alle sue spalle.

I quali, nella trasparenza totale tipica dei sistemi liberali dove funziona il cosiddetto "controllo sociale" spontaneo (sempre meglio di quello autoritario dall’alto dei sistemi socialisti o fascisti, no?)– devono sapere se i propri concittadini contribuiscono, appunto, o no alla colletta generale. Ed è anche un sano interesse egoistico: più cittadini pagano il dovuto, meno pagano tutti. E perfino sul piano della sana concorrenza tra cittadini, esiste un interesse alla conoscenza da parte del singolo: se il mio concorrente non paga le giuste tasse la sua azienda, la sua famiglia, sarà avvantaggiata rispetto alla mia, visto che usufruisce degli stessi servizi.
La finta "privacy" pelosa opposta in un caso come questo, invece, non può che nascondere furberie, truffe, corruzione, privilegi, pastette e magagne. Ed è profondamente illiberale.

maggio 06, 2008

 

Ma i Radicali hanno un diverso Dna e sono persi per la “rivoluzione liberale”

L'assemblea "dei Mille" organizzata dai Radicali a Chianciano, con quella voglia smodata e parassitaria di protagonismo mass-mediatico a tutti i costi (questa volta il pretesto per stare in tv e sui giornali era la sconfitta della Sinistra), ha deluso tutti noi liberali d'ogni tendenza, a cominciare proprio da quelli in passato più vicini a Pannella. Si legga a proposito la divertente e graffiante cronaca di G.C.Vallocchia nell'articolo precedente e la nota di Bepi Lamedica riportata qui di seguito.
Noi liberali, davvero, cominciamo ad essere stanchi del solito cinico e polveroso melodramma, visto e rivisto, in cui gli acuti sono riservati solo alla decrepita primadonna, un po' come alla settuagenaria "attrice giovane" della famosa Compagnia D'Origlia-Palmi (un tòpos della sottocultura romana di ieri) era lecito per patetica deferenza improvvisare a soggetto una storia sgangherata senza capo né coda sui turbamenti erotico-religiosi di Santa Teresa per il crocefisso, davanti ad un pubblico pagante di addomesticate ma eccitatissime suore.
Se i Radicali dedicassero solo un decimo del tempo da loro inutilmente speso nel tentativo folle di egemonizzare - nientemeno - l'intera Sinistra, perdente non solo in Italia, ma in tutto il Mondo, a riunire e magari pure ad egemonizzare i 12 milioni di liberali - questi, almeno, vincenti - sparsi nella società italiana e privi di leaders liberali, allora sì che farebbero opera meritoria e sensata.
Ma forse i Radicali sono scemi? Al contrario, individualmente sono i più intelligenti nel panorama politico italiano: uno qualunque dei quadri intermedi di via di Torre Argentina vale dieci anonimi quadri politicanti di PDL o PD. E allora?
L'ingenuità troppo a lungo esibita equivale a furbizia. La furbizia protratta oltre ogni limite diventa puro cinismo. Si sa che l'operazione di riunire e capeggiare un grande Terzo Polo o partito liberal-democratico riformatore da 35 per cento richiederebbe troppo tempo e pazienza ai frettolosi e nevrotici Radicali. Ed è noto che essi sono soliti buttarsi sui temi quando questi già cominciano ad essere politicamente "maturi", cioè quando sentono con le loro sensibilissime antenne che sono "vincenti".
Allora si comportano così perché occupandosi della Sinistra esclusa per la propria insipienza e perché non rappresenta nessuno, anziché dei Liberali vincenti esclusi per gli accordi mafiosi altrui, calcolano di avere più rapidamente successo sui media? Neanche.
La verità è più banale. Semplicemente, l'unità dei liberali, una grande terza forza liberale che faccia davvero l'ago della bilancia della politica italiana, non gli interessa. Altro è il Dna, altri i cromosomi: loro si sentono emotivamente "di strada", "peripatetici", anti-perbenisti, cioè quello che gli hippies americani degli anni 60 ritenevano fosse una forza "di sinistra", una Sinistra ovviamente che non esiste più, se mai è esistita, non politica, ma di "libertarismo esistenziale". Tra politica e costume, i Radicali hanno scelto da sempre il secondo. E infatti i fondatori Calogero, Ernesto Rossi e Pannunzio presero subito le distanze dal casinista e improvvisatore Pannella.
Ma se anche fosse questo il vero target radicale, e noi non avremmo niente in contrario, gli amici di Pannella sbagliano lo stesso, perché per la liberalizzazione del costume, della vita privata, serve di più l'individualismo liberale del burocratismo ottuso e senza fantasia della Sinistra.
Perciò, nonostante la rigidissima cooptazione dall'alto in FI e Radicali, come per i Conservatori della Destra si potrà sperare in una palingenesi che li porti finalmente alla laicità e al buonsenso concreto di tutte le Destre europee solo dopo il ritiro di Berlusconi, dopo la durissima "notte dei lunghi coltelli" tra colonnelli mediocri che ne seguirà, e dopo il rinnovo totale della classe dirigente, così si deve sperare che solo il ritiro del Papa Laico di via di Torre Argentina faccia rinascere dalle ceneri nel Mito e della Messinscena radicale una vincente classe dirigente davvero liberale.
NICO VALERIO
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Il convegno di Chianciano – l'Assemblea dei Mille – convocato da Pannella e da Del Bue ha confermato la mia convinzione della scelta del Pd come luogo ove ospitare l’erede di Gobetti, Rosselli, Rossi, Salvemini e dello stesso Pannella. Infatti la scelta di "nominare" Mauro Del Bue coordinatore per "strutturare quest'area variegata che per tre giorni ha discusso apertamente: socialisti del centro destra (Sacconi) e centro-sinistra, ex-comunisti (da Salvi a Folena a Bonadonna), verdi (Boato), cattolici (Rotondi), oltre ad esponenti del Pd (da Tonini a Giacchetti, da Marino a Manconi): questo di Chianciano e' solo l'inizio".

Inoltre il neocoordinatore afferma: "Certo il bilancio e' ottimo: dopo il diluvio delle elezioni ora c'e' un porto sicuro cui attraccare" E Pannella, aggiungendo che la leadership del partito democratico non gli interessa perché "non e' cosa che mi riguarda", esplicitamente dichiara che quel che gli interessa, invece, e' la vita interna al Pd. Cioè Pannella vorrebbe rendere più confortevole l’ospitalità per i suoi compagni, ospitalità guadagnata accettando la discriminazione nei confronti di Sergio d’Elia e sua.
Purtroppo Pannella sembra ormai perso per la "rivoluzione liberale", visto che ha rivolto un ennesimo invito a Bertinotti : "Sono tante le cose che ci accomunano: il progetto della sinistra europea, la non violenza, lo stato di diritto, l’umanita’ femminile, non resta che concretizzare il tutto".
Per fortuna alcuni hanno costituito l’associazione radicale antiproibizionista al fine di rilanciare e riaffermare le proposte antiproibizioniste attraverso iniziative politiche ed azioni nonviolente, promuovendo e coinvolgendo altre forze politiche e movimenti.
Quindi non tutte le energie saranno impiegate per prestare attenzione alla vita interna al Pd e, perciò, fare concorrenza, da una posizione di favore – vista la poca lealtà di Di Pietro – , al ruolo che vorrebbe svolgere l’IdV di Di Pietro: ossia acquisire consensi aggiuntivi all’area antiberlusconiana.

BEPI LAMEDICA

maggio 05, 2008

 

Pannella non è Pannunzio o Ernesto Rossi, e i Radicali sono diversi dai Liberali

POLITICA ALL'ITALIANA - Nell'articolo precedente si è fatta della leggera, sia pur velenosetta, critica di costume ad un certo modo di cercare il consenso e di imporre la leadership degli amici radicali. Vizi però che - bisogna riconoscerlo per senso di giustizia liberale - sono ormai comuni all'intero mondo politico nelle società di massa, specialmente nella nostra, che non ha avuto la Riforma protestante e quindi una vera rivoluzione liberale. Basta vedere Veltroni e il PD, Berlusconi e FI, Di Pietro e IdV, Bossi e la Lega, Fini e AN. Sempre c'è un capetto che sa imbastire due parole come i venditori di libri (quanto si parla nella politica in Italia!), che se ne infischia della base, degli individui, e "fa politica" in modo personalistico, gigionesco, esibizionistico, alla tv, con dichiarazioni ai giornalisti, magari incontrando i suoi simili al bar (la "buvette"). Perciò perdono di vista la realtà, la gente. E lasciamo stare che la gente potrebbe essere addirittura peggiore di loro, non è questo il punto.
In che cosa, dunque, gli altri politici sono migliori di Pannella e dei Radicali? In nulla, anzi, sono peggiori.
Quindi, per l'uomo saggio, equanime, che giudica sine ira ac studio, senza femminili antipatie e simpatie, ma solo in base alla Ragione e alla Scienza, come dovrebbe essere obbligo di ogni persona colta e specialmente per chi fa la professione dell'intellettuale alla Max Weber (il famoso spirito Freiheit, se ricordo bene), tutto è relativo all'ambiente, storicizzabile, contingente. "Questa è la politica, bellezza!". In una bettola da angiporto inutile citare "Il Cortigiano" di Baldassar Castiglioni o fare della filosofia teoretica.
A noi liberali non piace, però per combatterla dobbiamo prendere atto che la politica è diventata formalità furba, messinscena ad uso e guadagno dei soliti pochi professionisti della politica, finzione, spettacolo, evento mediatico, pettegolezzo tra comari strapagate, con i giornali a far non da spettatori o critici, ma da comparse complici.
E perfino le tante assemblee degli amici Radicali, le cose più vere della politica in Italia, sono pur sempre un mezzo mediatico, un evento per i giornali o per lanciare messaggi politici che siano esca ad altri politici. Dei partecipanti di base, delle centinaia di signor nessuno che affollano (pagando a caro prezzo) queste riunioni, non interessa nulla a nessuno. Tutto è predisposto ad esclusiva utilità dei pochi carrieristi politici di vertice. E la cooptazione amicale e mafiosa è severissima. E d'altra parte nei 7 o 10 minuti consentiti (mentre i Capi parlano per ore) nessuno può dire nulla. Già questa è una macroscopica discriminazione che spiega tutto. Ma questa anormalità gravissima è "normale", cioè è quello che accade sempre e ovunque, tanto più in Italia, perché questi eventi servono solo al leader per i suoi fini, segreti o conclamati. E' così, purtroppo, piaccia o no.
Ecco perché ovunque la gente si allontana dalla politica, perché in Gran Bretagna e Stati Uniti solo il 30-40 per cento dei cittadini va a votare (anzi, da noi è patologico che vi si rechi l'80 per cento), ecco perché nessuno frequenta le sedi dei partiti, perché i politici sono ovunque visti come macchiette ridicole. E se non ne prendiamo atto non mostriamo maturità e senso psicologico della realtà.
LIBERALI E RADICALI - Perciò, almeno per me, se avessi voluto affrontare seriamente il problema delle differenze teoriche, culturali o di metodo tra Radicali e Liberali in Italia, avrei scritto un articolo, anzi un saggio, totalmente diverso, molto severo e con tanto di "op. cit.". Genere, oltretutto a cui sono facilmente portato. Ma a che cosa sarebbe servito? A nulla. Forse al mio narcisimo. No, al mondo politico dei furbetti all'italiana, fa molto più male un leggero articolo di satira. Per fortuna sulla tavolozza della letteratura esistono i più diversi "generi". E in Italia, con la carenza di cultura psicologica, e quindi di humour e ironia, che ci appesantisce, specialmente al Sud, il genere "critica di costume" è molto più efficace e direi intelligente (in quanto incrocia vari piani critici) del serioso saggio accademico o filosofico che qualunque professore o laureato che ha imparato a memoria qualche libro saprebbe più o meno fare.
I Radicali non sono più (o non sono, in realtà, mai stati) davvero liberali? Alla grossa, concordo, io che mi dichiaro "anche radicale" da sempre, con gli amici liberali Lamedica e Ghersi. Forse è vero. Però, nella versatilità della nostra intelligenza, se si è davvero intelligenti c'è spazio anche per il jazz e il naturismo, per gli scacchi e la filosofia buddista, per la gastronomia e la pittura. Che rapporto hanno col Liberalismo? Sarebbe pedante, cioè stupido, chiederselo. Insomma, i Radicali sono, possono essere il pepe che non c'entra niente con la dieta, un'integrazione complementare dello spirito liberale, la scarlattina che "bisogna" avere avuto, quel quid "maudit" e fuori schema consigliato dallo psicanalista, la "coppia aperta" prescritta dal sessuologo, l'indispensabile sfogo di fantasia e creatività para-politica che manca a noi quadrati, sussiegosi, pignoli e superciliosi liberali. Questo, male che vada, nella peggiore delle ipotesi.
Liberali e radicali. L'uovo e la gallina. O forse sbagliamo entrambi, chi può dirlo, chi può far da giudice? Mi viene in mente il tormentone gustosissimo del tipico avvocaticchio del Sud messo in scena dal bravo Fiorello, un vero genio nel suo campo: "Chi siamo noi, signori della Corte, per dire che cosa è bene e che cosa è male?" Ecco, non vorrei che noi liberali Doc, che abbiamo letto Croce ed Einaudi, ma anche Gobetti, Adam Smith, Amartya Sen, Rawls ecc., ma che non siamo stati mai capaci di creare un vero soggetto liberale adeguato all'Occidente liberale da quando esiste la Repubblica, e già nel 45 ci facemmo scippare dai cattolici l'idea d'un grande partito (e oltre la metà della DC era fatta di liberali puri che non sapevano di esserlo), con che faccia ora ci mettiamo a giudicare i fratelli, fratellastri o cugini Radicali, che nonostante attivismo e fantasia che noi ci sognamo, poi al dunque commettono il nostro medesimo errore?
Non sono veri liberali? E perché, il PLI di Malagodi era un vero partito liberale o non piuttosto conservatore? E oggi, che il bipolarismo fa acqua perché propone due minestre ugualmente insipide, che fa l'amico De Luca del simbolico PLI-revival? Niente di niente. E, testardamente, alla Pannella, non segue nessun consiglio, fa di testa sua, ma a differenza di Marco sempre sbagliando.
D'altra parte, anche i nostri vicini di casa non stanno meglio a coerenza ideologica, anzi. Nella caduta culturale che stiamo vivendo, chi bada più alle differenze ideologiche? Sarebbe impietoso, per esempio, confrontare il Partito Democratico di Veltroni e Franceschini con il socialismo di Turati o il popolarismo di Sturzo. Anzi, in qualche modo, sarebbero nobilitati da così elevati confronti.
Ricordo ancora la morta gora conservatrice dell'oggi nostalgicamente osannato vecchio PLI: avevo 20 anni quando ero della Gioventù liberale, ed ero sicuro - e allora leggevo molto Croce - che non rappresentasse degnamento il Liberalismo italiano, né Croce né Einaudi, né Cavour né Giolitti. Perciò me ne fuggii anch'io dai radicali, per cascare dalla padella sulla brace.
Ma Livio Ghersi (v. più avanti) risponde molto seriosamente alla critica di costume antipannelliana mia e di Vallocchia, manifestando però subito la sua completa disistima del politico Pannella (il che è un dato valutativo, non scientifico, direbbe Max Weber, mentre noi qui cerchiamo dati politologici non antipatie), dall'altra cercando i punti razionali di contrasto tra Radicali e Liberali.
Solo in parte si tratta di argomentazioni che condivido, come si legge all'articolo precedente, in gran parte no.
RELATIVISMO - Il relativismo, inteso come rispetto delle idee personali più diverse, perfino le più aberranti (purché queste ultime non si concretino in atti reali penalmente rilevanti) è addirittura il fondamento stesso del Liberalismo, cioè della sua tolleranza per il diverso. Naturalmente non fino al punto da non riconoscere e non propagandare le idee liberali. Che sono bren precise, nient'affatto vaghe e anodine. Ma come habitus mentale, il liberale è abituato all'esercizio del dubbio e della dialettica, quindi non conosce che cosa è la Verità assoluta, a differenza di religioni e filosofie. Insomma, tra Ponzio Pilato e Joshua il Nazareo (che pare voglia dire "il rivoltoso", Nazareth non c'entra, ex L.Cascioli) il liberale era sicuramente il primo. Anche questo fa parte dell'abc liberale.
ANTI-CLERICALISMO - In quanto all'anticlericalismo, i Radicali di oggi non sono affatto estremisti come sostiene Ghersi secondo una vulgata di 30 anni fa. Ma lo sono come i liberali della Destra storica, cioè anticlericali moderati. E invece proprio Ernesto Rossi che Ghersi pone come pietra di paragone fu un terribile e implacabile mangia-preti e anti-Chiesa. Altro che Pannella e i suoi che - da me criticati per questo - si censurano e anziché Chiesa (una parola che non pronunciano mai) dicono "Vaticano". Che è sbagliato. Perché quando il Papa parla di aborto, p.es., parla da Capo della Chiesa, non come capo del Vaticano. Ma i Radicali non ci sentono da questo orecchio: non vogliono passare per anti-Chiesa. Come invece sono io, perché è la gerarchia della Chiesa Cattolica (non la religione, ovviamente, e neanche il Vaticano) il problema.
Sono stati (siamo stati) duri con la Chiesa, certo, non oggi, ma ieri, ai tempi della battaglia sul divorzio dei liberali doc - guarda caso - Mellini (persona buona fatta a pezzi da quella manica di aggressivi, che io elessi a mio nume tutelare) e Baslini, oltre che del socialista Fortuna. Ma oggi hanno perfino ridotto ai minimi termini il sito anticlericali.it.
A proposito di anticlericalismo, da "esperto" del ramo, ricordo a Ghersi (che su questo punto - strano per uno che legge e chiosa Croce - mostra di avere sul significato del termine le stesse idee confuse di tutti), che l'anticlericalismo non è un'ideologia, non può essere preventivo, ma è solo una reazione, si esprime cioè solo quando esiste un...clericalismo. Non sostituisce come estremismo il laicismo, ma lo integra, come dire, nelle "emergenze", quando cioè si manifestassero prepotenze clericali. Perciò l'anticlericalismo è parte integrante del Liberalismo, anche quello più moderato (v. infatti Destra storica), come ho cercato di dimostrare in una Lezione per la Scuola di Liberalismo. E' imbarazzante ricordare queste cosette a un liberale. La storia dimostra che
il clericalismo fu più duramente combattuto da Cavour e dai tanti preti liberali del Risorgimento che dal capitiniano Pannella, in questo del tutto "incolpevole". Anzi, Marco e i Radicali arrivano addirittura ad accusare la Chiesa di tradire il proprio stesso messaggio cristiano. In questo senso, la Breccia liberale di Porta Pia ha aiutato la religione cattolica a ritrovare se stessa. Perciò i Radicali potrebbero essere scambiati semmai per "cristiani di base", cattolici del dissenso, o meglio per intransigenti pietisti protestanti, nel filone di Gobetti, Rossi, Rosselli e Giustizia e Libertà (v. il ritratto che feci due anni fa sul Salon Voltaire).
LA RELIGIONE E I RADICALI - I Radicali, infatti, non si dicono assolutamente anti-religione, e anzi se cominci a parlare di ateismo ti zittiscono (v. oltre), anche perché Pannella ha una sua religiosità come ha scritto più volte Angiolo Bandinelli. Del resto era discepolo del rigoroso cattolico non-violento Capitini. Anzi, proprio questo suo afflato, come dire, carismatico-spiritualistico gli viene da me imputato. Come anche la campagna "fame nel mondo" col Papa a piazza S.Pietro 20 anni fa. Non sono pochi i radicali di origine cattolica.
Ma la chicca viene ora. Ricordo che nei lontani anni alternativi (fine 70, inizi 80? dovrei controllare) un mio programma ateista domenicale "C'è, non c'è? Noi diciamo di no" fu spento alla 3. o 4. puntata mentre parlavo al microfono di Radio Radicale, pare su protesta di alcuni cattolici del Partito Radicale, compresa la madre del segretario politico. Ma ebbi sentore anche di proteste dal Vaticano! Insomma un record da Guinness dei Primati il mio: forse l'unico mai censurato dai Radicali. Eppure al massimo facevo parlare un prete spretato e qualcuno della "Giordano Bruno", e leggevamo la "Preghiera dell'Ateo" di Garibaldi. Censurato proprio sulla religione. Ed anzi io feci la sceneggiata pannelliana descrivendo drammaticamente la scena censoria attaccato al microfono.... Che tempi.
NICO VALERIO
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Mi ha divertito il resoconto di Vallocchia, con la constatazione del potere seduttivo di Pannella, che induce ad alzarsi in piedi e ad applaudirlo pure quando, razionalmente, si è convinti che abbia usato un linguaggio oscuro e confuso. Sfortunatamente, faccio parte di quel ristrettissimo numero di italiani che non stimano Marco Pannella come politico, meno che mai come uomo di cultura, e che quindi non ne subiscono in alcun modo il fascino.
Dopo essermi dimesso dal Partito Liberale nel 1977 per qualche anno frequentai, da semplice militante, l’Associazione radicale "Ernesto Rossi" di Messina. Ritengo, con quell’esperienza, di essermi vaccinato per sempre nei confronti di Pannella, del "pannellismo" e dei "pannelliani".
Pannella parla spesso di "Stato di Diritto", ma rivendica il rispetto delle regole soltanto da parte degli altri, mentre personalmente ritiene di essere troppo importante per sacrificare i propri talenti facendosi limitare da regole. Incluse, naturalmente, le regole statutarie di un partito che, pure, vorrebbe essere la quintessenza della democrazia. Il Partito Radicale muta continuamente linea politica e segretario, secondo i cangianti umori e le più o meno felici intuizioni di Pannella. Ricordo che, quando frequentavo l’Associazione radicale di Messina, si parlava di "alternativa di sinistra" contro il malgoverno democristiano e la Democrazia Cristiana veniva abitualmente definita (non da me) "un’associazione a delinquere". Improvvisamente, dalla sera alla mattina, senza che fosse stato convocato un Congresso, la linea politica fu ribaltata: il PR ora si dichiarava disponibile a dare il proprio sostegno ad un Governo a guida democristiana se questo si fosse impegnato ad adottare misure concrete per risolvere il problema della fame nel mondo. Potrei raccontare tanti altri aneddoti come questo; aneddoti che qualcuno oggi potrà trovare divertenti, ma che al tempo non mi divertivano. Anzi, mi indussero a levare il disturbo.
Dalle esperienze si impara. Ad esempio, prima della breve parentesi di militanza radicale, non avevo ben compreso il concetto di demagogia. Una cosa è conoscere il significato di una parola; altra cosa è sperimentarne l’evidenza.
Pannella dice di essere il continuatore ed il fedele interprete del gruppo dei radicali de "Il Mondo"; in realtà, c’è una differenza abissale. Uomini come Mario Pannunzio, o Ernesto Rossi, si sarebbero fatti torturare piuttosto che fare la benchè minima concessione ad idee che ritenevano pericolose, o ad opinioni che non condividevano. Il loro fascino (almeno agli occhi di chi ragiona come me) sta proprio nella loro capacità di sfidare l’impopolarità e di votarsi ad essere in minoranza, pur di testimoniare fedeltà agli ideali in cui credevano. Nessuna concessione agli umori prevalenti, ai gusti "plebei" (uso volutamente questo termine spregiativo, perché il fine di ogni essere umano dovrebbe essere quello di impegnarsi a migliorare stesso ed a elevarsi spiritualmente, non di conformarsi a ciò che fanno i più).
Invece Pannella ama la popolarità e vuole essere "popolare". Gioca con le idee: può definirsi contemporaneamente liberale e socialista, radicale e comunista, laico ed autenticamente cristiano, proprio perché non prende sul serio queste parole. Io sono di un’altra scuola: le parole sono importanti e vanno pesate.
C’è una differenza fra pensiero liberale e liberismo economico. Invece, i radicali pannelliani risolvono il liberalismo nel loro essere ultra-liberisti. Tanto da confondersi, o da essere confusi, con gli anarco-capitalisti. C’è una differenza fra chi collega indissolubilmente la liberta individuale alla responsabilità personale (secondo la cultura liberale) e chi invece combatte programmaticamente qualunque "proibizionismo" in nome di una libertà illimitata. La concezione dello "Stato di Diritto" presuppone appunto uno Stato; dunque, qualcosa che va oltre il mero sentimento libertario.
Cosa significa poi l’apologia pannelliana e radicale del "relativismo"? Significa rinunciare al valore della verità. Tutte le opinioni sarebbero egualmente giustificate per il fatto stesso di essere state espresse. Non avrebbe senso distinguere tra bene e male: non c’è bene e non c’è male, ognuno faccia un po’ come gli pare. La scienza, p.es., ci dà un insieme di certezze che sono "stabili"; nel senso che potrebbero essere superate (falsificate) da scoperte scientifiche successive, ma che vanno ritenute valide finché queste scoperte non avvengano. Così se si discute di sostanze stupefacenti, sulla base delle conoscenze scientifiche oggi possedute (e universalmente condivise) si può tranquillamente affermare che l’assunzione di eroina, di cocaina, di droghe sintetiche, eccetera, produce danni, esattamente prevedibili e documentabili, all’organismo. Questi danni non sono "opinioni" di teologi, o di commentatori prevenuti, ma certezze mediche.

Per quanto mi riguarda, non professo alcuna religione; ma apprezzo molto i contenuti etici del Cristianesimo e penso che l’Italia e l’Europa sarebbero infinitamente peggiori di ciò che sono senza la esperienza religiosa cristiana. Probabilmente, se fossi meno ignorante, sarei in grado di apprezzare gli insegnamenti che si possono trarre anche da altre tradizioni religiose.
Le considerazioni che precedono sono sufficienti a fare comprendere che non simpatizzo per, né appoggio alcuna organizzazione che programmaticamente tenda a contrastare l’influenza delle religioni nella società. La libertà di religione, sancita dalla Costituzione, comprende certamente anche la libertà di fare professione di ateismo; ma, personalmente, sono convinto che una buona religione (qual è quella cristiana) faccia bene alla coesione sociale. Gli esseri umani che abbiano risolto il problema della sopravvivenza si accorgono presto di non potersi appagare della ricerca di beni e di godimenti materiali. Resta sempre il dato di una condizione umana precaria ed a termine. Resta sempre il mistero della morte individuale. Di conseguenza, gli esseri umani hanno necessità di trovare un orientamento che li aiuti, insieme, a vivere al meglio e ad affrontare la morte come evento naturale. Questo orientamento può essere conquistato attraverso la filosofia ed una esistenza dedita agli studi; più rapidamente può essere dato dalla condivisione di una tradizione religiosa.
Da liberale mi sento, quindi, di raccomandare un rispetto autentico e sincero nei confronti delle tradizioni religiose, che possono coesistere nella cornice dello Stato laico. La bussola che consente ad un liberale di orientarsi anche rispetto ai comandamenti che vengono dalle autorità religiose (di una stessa o di diverse religioni) è la fedeltà a quanto comanda la propria coscienza individuale; e la coscienza comanda ciò che si ritiene vero (ritorna sempre il valore primario della verità). Quindi, anche l’anticlericalismo rumoroso dei radicali è, dal mio punto di vista, un grave errore.
Per concludere, sono convinto che i liberali italiani — se vogliono risorgere in senso politico — abbiano tutto da guadagnare a prendere nettamente le distanze non tanto dalla persona fisica Pannella (che è poca cosa), quanto dalla cultura, o incultura, che i Radicali hanno espresso ed esprimono. Bisogna nettamente differenziarsi, non confondersi con loro. Di conseguenza, penso che l’amico Raffaello Morelli avrebbe fatto meglio a non andare a Chianciano; così come avrebbe fatto meglio a non fare alcuna proposta, per quanto paradossale e provocatoria.
Percorriamo la nostra via; stretta, difficile. Cerchiamo di avere fiducia in noi stessi e nelle nostre idee. Le scorciatoie ci portano in strade che non sono le nostre, dove ci smarriremmo, dove ci siamo già smarriti.
LIVIO GHERSI

 

Chianciano radicale, tra il carisma del Papa laico e i sortilegi. E i liberali?

Voglio bene a Pannella, il politico più fantasioso, anzi il personaggio più teatrale ed estroso della politica italiana, che con un narcisismo patologico ed una verbosità che avrebbero incuriosito Freud ha però fatto scattare mille contraddizioni interne, ha sedotto coscienze impenetrabili, ha convertito sulla via di Damasco fior di miscredenti (in lui) e, di riffe o di raffe, magari usando sapientemente non la fredda ragione, ma il calore seduttivo delle emozioni e il ricatto dolce della violentissima non-violenza (contraddizione suprema per un liberale, anche se liberal-socialista), ha comunque assicurato all'Italia alcune conquiste di cui vado fiero.
Lo dico da liberale e radicale da sempre, magari un po' dissidente, se me lo consente il "Papa laico", notoriamente più severo di quello vero, perché non ammette eresie e vuole gli adepti adagiati sul pavimento "perinde ac cadaver". Radicale dissidente non sui temi e gli obiettivi, sia chiaro, ma sui modi, sui metodi, sulla stessa atmosfera carismatica e messianica tipica dell'ultimo vero Partito-Chiesa ancora esistente al Mondo (dopo le "liberalizzazioni" cinesi). E per di più col "consenso" di tutti gli adepti, sia chiaro, come dimostra un'imperdibile corrispondenza (vedi oltre) del nostro inviato speciale, il fratello gemello Giulio Cesare Vallocchia, ormai - peggio per lui - così simile a me che sono seriamente preoccupato per il suo futuro.
Ma un altro è l'errore grave di Pannella: non aver mai voluto riconoscere che il Liberalismo non è un'interpretazione filosofica, un "pre-partito" annegato nell'Iperuranio delle idee, ma vorrebbe essere anch'esso un movimento unito. Se non altro per un senso di giustizia laica e addirittura di realismo elettorale, dato che noi liberali siamo potenzialmente oltre il 30 per cento degli Italiani . No, di questo è da sempre vietato parlare anche in casa radicale, dove pure ci si riempie la bocca dell'aggettivo liberale, e il nostro Raffaello Morelli che all'assemblea di Chianciano, dove parlavano cani e porci, ha sollevato la questione liberale sentendosi giustamente a casa sua, è stato accolto freddamente, quasi come un intruso, con quell'ironia tagliente di cui noi radicali siamo specialisti. "Divertente", è stato questa mattina il commento sarcastico di Emma Bonino sull'intervento di Morelli nell'intervista di Massimo Bordin a Radio Radicale. Io non mi diverto affatto, invece, per questa persistente ottusità dei fraterni amici radiicali, di cui continuo a non capire la tendenza a voler mescolare e diluire il tutto nel tutto, nella massima confusione, proprio come stanno facendo la Destra e la Sinistra populiste e senza idee.
NICO VALERIO
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CHIANCIANO, MENZOGNE E SORTILEGI
Marco Pannella ha chiuso l' Assemblea dei Mille convocata a Chianciano con un colpo di scena degno del mago Sylvan. Appassionata come al solito la partecipazione del popolo radicale, accorso numerosissimo per sentire direttamente dalla voce del profeta cosa fare e con chi andare dopo la più dirompente tornata elettorale dopo quelle del '48 e del '64. Non sono mancati nemmeno i Vip della politica, a cominciare da Prodi, Capo del Governo uscente, che dopo aver snobbato per anni i radicali, le loro proposte e le loro proteste, è andato a rendere omaggio all' unico partito che si è sempre comportato lealmente nei suoi confronti. E' mancato all' appello Fausto Bertinotti che era stato ripetutamente invitato da Pannella, ma ha fatto la sua apparizione molto applaudita un big della sinistra-arcobaleno Cesare Salvi, insieme ai due ex-verdi Boato e Francescato, tutti in crisi di identità e alla ricerca di approdi. Per il PD-Partitus Dei è intervenuto il senatore Giorgio Tonini, controbilanciato sull'altra sponda dal Maurizio Sacconi, del Popolo della Libertà vigilata dal Vaticano. Sorprendente per realismo e onestà intellettuale l'ironico e autoironico intervento di Gianfranco Rotondi, l'unico democristiano doc che pur nella rivendicazione della sua cattolicità si è dimostrato molto più laico dei cristianisti integralisti dell' UDC di Casini che, con il PD e Manette per Tutti, dovrebbero costituire l'opposizione al prossimo Governo Berlusconi.
Ma niente affatto sorprendente è stata la passione con cui decine di militanti radicali hanno dato i loro contributi nelle quattro commissioni e nella discussione generale in sala grande. Sono proprio loro, i militanti che sborsano annualmente il più alto costo di tesseramento (200 euro) mai richiesto in Italia da un partito politico, la vera forza di Marco. Una passione grande, una libertà grandissima di linguaggio e di espressioni, personaggi diversissimi, seri o colorati, border-line, borghesissimi o borgatari, meditabondi o incazzatissimi, ma tutti inguaribilmente ammalati di voglia di politica nell' unico modo libero e onesto che oggi in Italia è garantito solo dai radicali.
E' stata proprio la quantità e la qualità degli interventi "di base" quello che rende meritevole di una partecipazione ogni assemblea, convegno o congresso del partito di Pannella. Di Pannella, certo, perchè lui "è" il partito. E infine proprio lui è stato capace di cavare un ragno dal buco del dibattito alla fine di una interminabile kermesse in cui si sono alternate le "menzogne" dei politicanti professionisti e gli appassionati e onesti interventi dei militanti. Tutti più o meno, pur dando indicazioni diverse, sapevano benissimo che sarebbe stato Pannella, la guida suprema, quello che avrebbe fatto luce sul vicolo cieco di un partito presente sì in Parlamento, ma chiuso per nel recinto del PD-Partitus Dei pur se con vaghi spazi di una non meglio specificata "autonomia".
Ed è stato lui, il Mago Sylvan Pannella che con un sortilegio finale ha tirato fuori dal cilindro il coniglio bianco che tutti attendevano. E dopo quarantacinque minuti di parentesi graffe, quadre e tonde, riempite di concetti aramaici, sanscriti e ostrogoti che verranno decrittati e resi comprensibili da Massimo Bordin, l' unico esegeta del profeta capace di capire quasi tutto quello dice in mezzo alle parentesi, finalmente è arrivato il colpo di teatro. Davanti a una platea ammutolita in attesa di venir illuminata dall'accecante bagliore di una folgorazione, Pannella si è rivolto a Mauro del Bue, co-promotore con lui dell' Assise di Chianciano, e con un tono e un portamento degno di Carlo Magno sul trono di Aquisgrana lo indica all' assemblea e lo nomina "Coordinatore". Coordinatore ? Ma de che? Nessuno se lo chiede, e tutti i convegnisti felicemente applaudono, grati al profeta di aver dato un senso all'appassionato dibattito che rischiava di chiudersi senza un finale accettabile.
Tutto rinviato a quello che il Coordinatore Del Bue saprà inventarsi per riempire di significati e di scopi questo misterioso coordianamento, frutto dell' ennesimo sortilegio pannelliano. La kermesse di Chianciano è finita e come nel finale dell' orwelliano 1984 tutti in piedi ad applaudire il Grande Fratello Pannella. E anche io, pur incazzato perchè di tutto quello che è successo non ho capito un cazzo, sono saltato in piedi proprio come il protagonista di 1984 e spellandomi le mani nell'applauso entusiasta proprio in quel momento, come il povero signor Smith di Orwell, sono stato folgorato dalla Verità..... Io amo il Grande Fratello Pannella.
GIULIO C. VALLOCCHIA

aprile 30, 2008

 

Il liberismo e il merito ora rischiano di diventare utopie, come il comunismo

Vi ricordate di quando i liberali della Prima Repubblica (tanto osannati dai nostri nostalgici amici del Pli e Pri) avevano i loro giornalisti Rai, i loro consiglieri negli Enti pubblici o nelle aziende "a partecipazione statale" o municipalizzate, e non nuovevano paglia contro Iri, Eni, Enel, Fs, tantomeno contro i monopoli corporativi di notai, farmacisti, giornalisti, giornalai e tassisti?
In quei "tempi felici", anzi, l’onesto barbone di Bozzi era sinonimo di "senso dello Stato", il crociano Valitutti voleva dire "buona scuola pubblica", e le filippiche di La Malfa tendevano a ridurre il deficit e a far quadrare i bilanci statali. Nessuno di loro, però, si preoccupava di tutelare i consumatori contro i produttori-fornitori di servizi (parafrasi moderna dell’antica contrapposizione cittadino-sovrano), cioè di far funzionare la classica dialettica liberale nel mercato (domanda-offerta interna) così efficiente nei Paesi liberali anglosassoni.
Ma un po' ovunque, anche in quei Paesi, sembra cambiato il clima. D'accordo, i consumatori saranno più intelligenti e agguerriti dei nostri, ma le grandi scelte economiche stanno facendo marcia indietro. Sembrano tornati in auge il protezionismo e un larvato statalismo.

Solo oggi? No, da sempre, a pensarci bene. Sembra quasi che la rivoluzionaria richiesta della libertà dei mercati, quella lotta ai dazi, ai monopoli e ai privilegi economici che aveva accompagnato nel Settecento la lotta del liberalismo per porre limiti al potere assoluto di sovrani e aristocrazie, sia stata poi in parte dimenticata quando i liberali sono andati al potere e sono stati chiamati a governare gli Stati d’Europa e d’America.
Solo di recente, ma più che altro originata dai conservatori anglosassoni (Thatcher e Reagan non erano propriamente liberali), la riappropriazione del liberalismo economico è diventata un leit motiv ricorrente delle politiche liberali dell’Occidente. Non per caso si dice che "l’invidia per le merci" della Germania Ovest abbia spinto i tedeschi dell’Est ad abbattere il muro di Berlino. Lo stesso si può dire per Ungheria, Russia e Cina.
Ma il "liberismo" è ancora più parlato che praticato. Abbiamo visto come sono stati accolti il tentativo di Bersani a sinistra o le dichiarazioni di Capezzone e Della Vedova a destra. Di questo passo, la vera libertà economica rischia purtroppo di diventare un’utopia come il socialismo e il comunismo. E questo per l’azione convergente di due gruppi di pressione che la stritolano: i falsi "amici" e i veri nemici.
Da una parte, data l’origine conservatrice del revival, sta passando tra i media (basta leggere i blog liberisti "neo-con"della rete di Tocqueville) il luogo comune sbagliato, anzi antiliberale, che la libertà di mercato non voglia regole. Mentre, come sa qualunque studente di scienze politiche, proprio il liberalismo è l’inventore su larga scala della "Teoria dei limiti", cioè delle regole, del diritto applicato alle libertà. Perché senza regole, cioè limiti, la libertà diventa sopraffazione di pochi, l’opposto del liberalismo. Del resto, anche il fascismo, anche il comunismo, vogliono la "libertà assoluta" (l’espressione è un ossimoro, tranne per quei prepotenti e autoritari degli anarchici), sì, ma dei loro capi, delle loro elites dirigenti. L’invenzione liberale è, invece, limitare un poco, pochissimo, le libertà, tutte le libertà possibili, purché tutti gli uomini ne possano godere contemporaneamente, senza scontrarsi tra di loro in una sanguinosa e perenne bellum omnium contra omnes che vedrebbe vincitori i soliti pochi. Perciò il liberalismo ha vinto, per questa geniale invenzione di equilibrio e bilanciamento tra tutte le contrastanti libertà.
Il secondo nemico del mercato libero, delle libertà economiche, del merito applicato al commercio, all’industria, agli scambi e alle professioni, è la conservazione dei privilegi, la rivolta delle categorie protette attraverso i sindacati di categoria, le stesse assicurazioni date dai politici ai ceti privilegiati (aziende, professionisti, impiegati) individuati come possibili aree di consenso elettorale, l’azione degli Stati contro la libertà di commercio e la globalizzazione delle merci, con la scusa della "difesa degli interessi nazionali". Non dimentichiamo che due Paesi liberali, come Stati Uniti e Francia, sono campioni nella classifica dei sussidi di Stato agli agricoltori locali, contro gli agricoltori stranieri concorrenti.
Ma se è così, allora di quale "economia liberale", di quale Occidente libero, stiamo parlando? Provate ad andare negli Stati Uniti e a chiedere ad un datore di lavoro di assumervi come attore, imbianchino o cuoco: ne vedrete delle belle. E scoprirete a quali trucchi e requisiti fantasiosi ricorrono i locali sindacati pur di non far lavorare uno "straniero". Spedite ad un negozio del Texas una partita di pecorino sardo e state a vedere che carteggio ne deriva con le Autorità americane, quali sequestri o penali rischiate. Tutto legale, s’intende. Solo che ormai gli Stati "liberali" hanno codificato con la scusa della "protezione dell’igiene" e della "concorrenza" norme così severe ed astruse che rivelano chiaramente la loro volontà di non far entrare la concorrenza.
C’è molto lavoro da fare, insomma, per chiunque si definisca davvero liberale, cioè liberale in tutto e non solo nel campo ristretto che gli fa comodo. Perché tutti, si sa, vogliono "liberalizzare" i campi altrui. E così, non è affatto vero che le libertà sono ormai tutte conquistate ed acquisite in Occidente. Quella che è indiscussa (e pure questa, solo in parte) è solo la libertà di parola. Forse anche la libertà di stampa, talvolta. E poco altro.
Al lavoro, dunque, anche perché se guardiamo all’Italia, né questa finta Sinistra che oggi è perdente (ma su ben altri temi che la libertà), né questa finta Destra che oggi è vincente (ma non certo su temi di libertà), sono liberali. E nel prossimo Governo Berlusconi, infatti, chi andrà all’economia? L’ex socialista e attualmente anti-mercatista Tremonti, oltretutto spalleggiato dalla corporativa Lega Nord, non certo il liberale Martino, docente di economia. Così va il mondo, e capiamo benissimo il pessimismo critico di Giavazzi sul Corriere di oggi ("Il liberismo e la speranza").

aprile 18, 2008

 

Sorprese dai flussi elettorali. Un ampio spazio al Centro per i Liberali uniti

Ma che hanno combinato nel segreto della cabina elettorale gli italiani? L'analisi dei flussi elettorali, cioè degli spostamenti da un partito all'altro, dedotti da indagini demoscopiche successive al voto, rivela molte curiosità e offre anche possibili indicazioni per il futuro, specialmente ai liberali. Vediamo i movimenti finali approssimati.
La Sinistra Arcobaleno (e già il nomen-omen effimero avrebbe dovuto allertare i superstiziosi...) è stata la più penalizzata dagli elettori pentiti. I suoi elettori sono passati a Di Pietro (18,4 per cento), PD (27,5), perfino PdL (1,6), altre formazioni (9,6) tra cui Lega Nord, astensione (17,5). E non ha acquistato da nessuno. Il PD, da parte sua, ha "dato" a Udc (3,4 per cento) e, pare strano ma fino ad un certo punto, anche a PdL (3,2). Mentre ha "ricevuto" da Sin.Arc. (25,7). L'Udc ha ricevuto dal PD (3,4 per cento), ma ha dato una grossa quota al PdL (39,0). La Lega Nord ha preso soprattutto da PdL (9,0 per cento), senza dare a nessun altro. Il PdL ha ricevuto da Udc (39,0 per cento), PD (3,2), Sin.Arc. (1,6). Ma ha dato a Lega (9,0), altre formazioni, tra cui possiamo mettere anche il Pli e elettori che prima si astenevano (3,0), Destra (2,9). La Destra, a sua volta, ha ricevuto da PdL (2,9 per cento), ma soprattutto da altri, tra cui molti che prima si astenevano (54,9). Gli astenuti (36,7 per cento), infine, sembrano provenire da Sin.Arc. (17,5 per cento) e altri (19,2).

Dallo studio molto sintetico di Poggi & Partners, con i dati regione per regione, scopriamo che esiste un largo spazio al Centro dello schieramento, l'area tipica dei Liberali. Non in senso statico, s'intende, ma piuttosto "residuale", dato che rappresenta "ciò che non siamo" (né di Destra né di Sinistra), o meglio, in senso dinamico, secondo la definizione di Croce per cui i Liberali sono di volta in volta, a seconda delle questioni, di Destra o di Sinistra.
L'abusiva posizione centrista dell'Udc di Casini, in realtà caratterizzata da connotazioni conservatrici e clericali in niente dissimili dal PdL, si rivela inconsistente e destinata alla lunga a sgretolarsi. Una buona prospettiva per noi Liberali, se decidessimo di riunificarci in una un grande formazione. L'Udc ha perso, infatti, ben 1 milione di voti in favore del PdL rispetto al 2006, ma ha acquistato 450 mila nuovi elettori (il 22 per cento circa del suo elettorato), probabilmente più contingenti e instabili. Pare, dunque, un serbatoio temporaneo di indecisi e poco motivati, destinato a ridursi e a sparire.
L'altra formazione "centrista", quella di Di Pietro, è anch'essa un fragile serbatorio temporaneo degli scontenti, avendo preso i suoi voti disperati e giustizialisti dalla Sinistra Arcobaleno, dal PD e da altri. E' quindi destinata nel medio periodo a prosciugarsi. Indagini un po' più complete sono quelle di Consortium per Rai-Tv e dei vari sondaggisti noti come Piepoli. Ne parla in un esauriente articolo
La Repubblica da cui si ricava anche che gli elettori radicali con l'1,7 per cento dei voti hanno aderito realmente al PD (una conversione per niente scontata, che la stessa dirigenza radicale ha scelto controvoglia come "male minore").
Nessuna sintesi riportata sulle analisi dei flussi fa supposizioni, che io sappia, sull'origine dei 103 mila voti raggranellati dal Pli.

aprile 17, 2008

 

No, non è il Regno Unito. Le 10 stranezze del bipartitismo neoconservatore PdL-PD

Le elezioni hanno squadernato davanti agli Italiani un risultato rivoluzionario, con aspetti curiosi e paradossali, di cui molti si renderanno conto solo in seguito, se glielo spiegherà un buon editoriale sul Corriere, possibilmente non scritto da Sartori, che come si dice a Firenze 'Un n'imbrocca più una. Ma per i più non basteranno tre o quattro Porta a porta, e saranno dolori.
Stropicciandosi gli occhi assonnati, paiono un po' allibiti per quello che hanno combinato ("Questa volta l'abbiamo fatta grossa - pensano il ragioniere di Bergamo e la casalinga di Isernia - cancellare in un sol colpo la Destra, la Sinistra, i Verdi e i Socialisti!"). E più guardano quello che hanno fatto su internet, tv e giornali, in cui si parla tanto di loro, più la cosa in fondo gli piace, ci prendono gusto.
Eroi per caso. La Storia queste cosette non le dice mai, è seriosa, gioca sempre al gioco della "causalità", ma qui è chiaro come il sole che hanno votato randomly, senza la minima razionalità, spesso scegliendo direttamente in cabina, come al mare. Un perfido contrappasso. "Tu mi hai rotto le balle per anni dai tg, rovinandomi anche questa domenica? E io me te magno, te cancello" (Alberto Sordi, cit.). Del resto, cui prodest, se perfino De Mita quegli sbadati di irpini dediti alla raccomandazione non hanno rieletto? No, no, un caso fu. Veramente noi non volevamo, signor Commissario. E già qualche operaio di Rifondazione che ha votato Lega si è pentito.
Per carità, non voglio dire che tra voti a dispetto e voti al partito "atteso come vincente", cioè al "futuro esercito invasore" (una tipica tendenza nostrana: "abbasso Franza, viva Spagna, purché se magna"), gli italici e ignoranti menefreghisti non abbiano assecondato, anzi impersonato magistralmente - come diceva quel filosofo - lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. La psicologia sociale parla chiaro: anche i tic, gli errori, le distrazioni, le ripicche, le leggerezze, contano, eccome. Tutto è semantico, figuriamoci un voto. Del resto, le sferruzzatrici ciniche di Parigi (le tricoteuses) davanti alla ghigliottina non erano politicamente più consapevoli dell'avvocato di Palermo o dell'ingegnere di Genova, che "non hanno mai tempo di leggere i quotidiani".

Ma vediamoli questi 10 paradossi e 3 tendenze che ci ha consegnato l'ultima votazione.
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1. paradosso. Degli oltre 12 milioni di liberali, consapevoli o no, accertati in Italia, Paese che fa parte dell'Occidente liberale (diciamo il 33 per cento, incrociando alcune indagini demoscopiche con centinaia di quesiti concreti che non riportavano mai il termine "liberale"), solo 103 mila hanno votato per il PLI. "Colpa del bipolarismo"? Non basta: con questi numeri un polo avrebbe dovuto da tempo essere liberale, se solo i dirigenti liberali in Italia avessero lavorato con intelligenza. Si pongono quindi problemi seri di personale politico liberale, del tutto inadeguato.
2. paradosso. La stragrande maggioranza dei liberali ha votato per i due partiti di massa. Che, conoscendo i liberali, è un po' una cosa contro natura...
3. paradosso. La maggior parte dei liberali, pur essendo costituzionalmente terzisti, hanno votato sicuramente Berlusconi, magari con la molletta sul naso. Ma il suo partito, pur potendo scegliere, non ha aderito al partito liberale europeo ELDR, ma al partito cristiano e conservatore PPE.
1. tendenza. Dalle urne, favorito da una legge pessima, viene fuori una sorta di duopolio omogeneo alternato. Forse, chissà, nascerà una nuova formula, una cosa made in Sicily, come il milazzismo? O una cosa faziosa come nella Firenze di Dante? Agli Italiani, campanilisti e tifosi da secoli ma poco ideologizzati (la Controriforma cattolica senza la Riforma protestante li ha conservati anodini), sembra andare terribilmente a genio il bipartitismo. Gli ricorda tanto i derby di calcio, che sono alla loro portata. Spopola nei bar. Ma sì, dopotutto ce l’hanno nel sangue. Sono gli anglosassoni, semmai, che l'hanno copiato da noi. Loro, guelfi e ghibellini. Dove, almeno, c'è una questione di principio ideale. Noi, che solo ora ci accorgiamo di avere il Vaticano, solo guelfi. Bianchi e Neri, come a dire beghe interne tra opposti conservatorismi clericali.
4. paradosso. Dopo l’orgia di particolarismo, dopo la formula "Un uomo, un partito", ora all'improvviso i partitini, i furbetti, le liste locali e di disturbo, non li vuole più nessuno. Possibile? Gli stessi Di Pietro e Lombardo se la sarebbero vista brutta se non avessero stilato il patto d'acciaio dell'apparentamento. Idem per la Mussolini. Così, niente più specialità italiane, come la mozzarella: De Mita, Mastella, Pecoraro Scanio, Diliberto, Verdi, Socialisti, Rifondazione, Storace, Boselli, Santanché. Che poi per questi ultimi due mi dispiace: li avrei salvati, sono sicuramente migliori di centinaia di oscuri peones di Berlusconi e Veltroni. Ma niente, la populace è stata impietosa. Come le tricoteuses di Parigi davanti alla ghigliottina.
2. tendenza. Ah, dimenticavo il Pli. Ma in questo caso, per fortuna nella sfortuna, non se n'è accorto nessuno. Quindi il danno di immagine nella psicologia della comunicazione è modesto. Certo, si è confermato nel largo pubblico e nei depressi liberali di base che i liberali sono sempre perdenti. Questo l'errore psicologico insanabile. Mentre siamo ad oltre il 30 per cento sociologico. Perché non si riesce neanche a parlare al 999 per mille dei liberali italiani? La provinciale e anziana - di idee, non di età - classe dirigente del Pli non sa fare propaganda per incultura, in quanto ignora l'Abc della psicologia e della scienza della comunicazione, che poi sono la base della politica. E' composta per lo più di avvocati del sud e assicuratori o rappresentanti del Centro-nord, che fanno rispondere alle email dalla segretaria e ritengono internet un gioco da ragazzini perditempo. Per carità, ci sono dei giovani attivi, che vorrebbero fare, ma se li senti parlare sembra di stare dentro Forza Italia in quanto a profondità e originalità di idee liberali. Se è così, allora preferisco tenermi i vecchi dilettanti: perderanno sempre, ma almeno sono sicuramente liberali, anche se tecnologicamente e psicologicamente inadatti.
Inoltre, il segretario del Pli - che stimo ideologicamente come un vero liberale, anzi, l'unico completo e rappresentativo che abbia il Pli (purtroppo, non esiste ricambio) - non comunica con la gente, sembra dividere l'umanità in "amici-nemici", "simpatici-antipatici", "potenti-non potenti" (anziché in intelligenti-non intelligenti) e decide tutto da solo, al massimo parlando a tu per tu con qualche deputato, convinto come nel Sud dell'800 che i soggetti degni di Politica siano solo quelli che già stanno in Parlamento, quelli che hanno Potere. Il famoso Potere che piace tanto alla gente del Sud. E i cittadini, la società, chi li raggiunge? Un vizio diffusissimo tra i liberali del Meridione, terra tanto povera di fermenti liberali che fummo costretti a mandargli Garibaldi, e ora invece stranamente ricca di pretendenti politici (cfr in Sicilia il detto "cummannari è megghiu ca fùttiri").

Così, si è deciso di presentare il simbolo solo gli ultimi giorni (mentre gli altri partiti si mostravano dappertutto da mesi o anni), senza o quasi manifesti. A Roma non ne ho visto uno. Solo 2 o 3 passaggi in tv, tra cui Porta a porta, ma il pubblico deve essersi chiesto, a ragione: "Ma chi sono questi, che hanno fatto e detto negli anni scorsi? Com'è che non li abbiamo mai sentiti nominare prima? Ecco l'ennesimo inutile partitino". Questo è quello che si raccoglie se non si lavora ogni giorno a tempo pieno, col volontariato, come i Radicali. Non si fa politica nei ritagli di tempo o il fine settimana. Ci vogliono motivazioni e persone forti.
La Federazione dei Liberali, che fa parte del nostro Comitato di Liberali Italiani, ha risposto con encomiabile flessibilità al tardivo appello di De Luca e ha condiviso la lista, unendo anche il logo "Partito della Libertà" (che, su mia proposta al CN del Pli, la dirigenza aveva rifiutato con ironia solo 20 giorni prima).
Ma era davvero troppo tardi. E' mancata una presentazione forte, che facesse da "evento" e che fosse tempestiva. E' mancata soprattutto una classe dirigente "credibile", che cioè avesse lavorato ogni giorno negli anni precedenti, e quindi familiare ai giornalisti e all'opinione pubblica. E che, perciò, facesse capire alla gente di essere "vincente". Non si inventano gruppi e partiti senza una precedente base elettorale e sociale alla vigilia delle elezioni: la stampa diffida, e fa bene.
Vorrà dire, che è stata una "presentazione in anteprima", una piccola "esercitazione alle urne" per la grande competizione delle Europee, tra un anno, dove si voterà col proporzionale. E tutti i liberali saranno uniti insieme all'ELDR. Sarà un evento.
La differenza tra PLI e PS, però, è tutta a nostro favore. La gente sapeva che i socialisti c'erano, e li ha sadicamente e ingiustamente bocciati. Ma i liberali era convinta

di averli già cancellati in passato, non sapeva proprio che fossero "ricicciati". Così non li ha guardati proprio, permettendo a opportuni manipoli di aficionados dislocati nelle varie province di dare un voto di testimonianza, polemico verso il Veltrusconismo conservatore, né liberale né socialista.
3. tendenza. Piuttosto, siamo davvero di fronte ad una mutazione genetica nel popolo italico o è solo l'effetto passeggero del Porcellum? Ah, saperlo. Formalmente, certo, è una evidente modernizzazione anglosassone, con due partiti simili tra loro e senza la rappresentanza in Parlamento di partiti comunisti o fascisti. Il che da liberali di deve piacere. Ma, attenzione, comunisti e fascisti non scompaiono dalla società italiana, anzi.
5. paradosso. A differenza che nel Regno Unito e in contrasto con la esclusione della Destra estrema (allora è vero che non è una preclusione ideologica, ma casuale...), qui ci sono ancora i fascisti, o ex-fascisti da pochissimo riconvertiti, e proprio in area di Governo, visto che fanno parte del PdL. Ciarrapico non ne fa mistero, e chissà quanti meno noti ci sono. Se ci fossero stati comunisti dichiarati tra i veltroniani, immaginiamo il chiasso del Centro-destra.
6. paradosso. Sarà pure bipartitismo, ma i 2 partiti sono un’accozzaglia di tutto e il suo contrario. Al loro interno, a differenza dell'UK, ci sono cattolici liberali, clericali, socialisti, fascisti, conservatori, liberali. Chi prevarrà?
7. paradosso. E ancora, a differenza dell'UK, nessuno dei 2 partiti è liberale o liberista, tantomeno libertario. Diciamo che, piuttosto, prevalgono in entrambi di gran lunga i conservatori, e non pochi dirigenti sono addirittura clericali. Mancano perfino i socialdemocratici, figuriamoci poi i liberali.
8. paradosso. Eppure, com'è come non è, il PdL parla sempre di "liberale" e "liberalismo". E invece? Dalla presenza degli infiltrati 9 parlamentari radicali (meno male! Auguri, Rita, auguri anticlericali a Turco) e da precedenti tentativi (Bersani, Ichino, Ricolfi, Biagi ecc.) sembra che ci siano più fermenti liberali nel Centro-sinistra che nel Centro-destra. L’ha dovuto ammettere perfino De Luca (al CN del PLI di marzo).
9. paradosso. Già, ma ora non tocca governare al Centro-sinistra che stava proprio diventato un po' più liberale, ma al Centro-Destra, proprio ora che è uscito il libro di Tremonti, che avrà pure ragione in certi casi, però è anti-liberista. E l'intera coalizione è stata finora - nonostante o forse proprio per l’abuso dell'aggettivo "liberale" - la meno liberale, la più corporativa (ricordiamoci i tassisti di Roma) e la più statalista (contratto con gli impiegati statali). D'accordo, non avrà messo le mani nelle tasche dei cittadini, ma le spese dello Stato il Centro-destra le ha aumentate. A differenza del Centro-sinistra. Ma per finire incombe il...
10. paradosso. Pur col Governo in controtendenza, tuttavia, l'Europa, le autorità monetarie internazionali, le agenzie di rating, i partner commerciali, tutti chiederanno al Governo di Centro-destra "qualcosa di liberale", dopo i richiami sul deficit, il mercato interno poco libero, la concorrenza debole, i privilegi di Casta, impiegati statali, Rai-tv, società elettriche, bancarie e di assicurazione, le mancate liberalizzazioni, la perdita di quote di mercato all'estero, l’inflazione.
Saprà Berlusconi fare qualcosa di liberale e liberista? Ne dubitiamo, anche se lo speriamo. La prima mossa, quella delle tasse locali (ICI), per quanto gradita a noi liberali, sembra smentirlo e riportare il personaggio alla sua innata teatralità. Per come cattolici e sinistra costruirono l'assurdo Stato sociale, le tasse ormai non sono più una variabile indipendente. Così Berlusconi non può eliminare tasse a colpi di populismo alla Peron senza cambiare tutta l'economia in senso liberale. Deve drasticamente tagliare le spese statali, privatizzare e liberalizzare tutto, dalle società pubbliche alle professioni. Ma lo farà? Ci vorrebbero 20 anni, in Italia. E poi, con Bossi, Fini e Tremonti al Governo? Quando le categorie da "colpire" sono proprio quelle che lo hanno votato? La risposta, purtroppo, è no. A meno che...

A meno che, come Bush in fine carriera sta cercando un bel gesto che stupisca i critici e lasci un buon ricordo di sé, anche Berlusconi non mediti qualche sorpresa.

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