luglio 11, 2009
La tattica dei conservatori. I liberali? Ormai “vittoriosi”, ovvero scontati, inutili
Che a Morganti diano fastidio soprattutto i liberali che sono nel PD perché avrebbero impedito la confluenza del PD nel PSE, è evidente. Che tale convinzione possa essere definita “conservatrice” è altrettanto banale. Il conservatore ha fastidio del nuovo, preferisce le strade tradizionali. Non confluire nel PSE è un’avventura per il PD.
Il conservatorismo di Morganti lo rende cieco. Lo scontro politico in Italia, oggi, si svolgerebbe “nell’ambito liberale”? Ma non si accorge della confusione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario e mediatico) che è la cornice in cui si svolge l’attuale lotta politica? Ma la “dottrina” liberale – parlerei più della teoria politica che della “dottrina”: il liberalismo non può essere sullo stesso livello della “mistica fascista, nazista o comunista” – non prevede la divisione del potere?
L’Italia ha bisogno della cultura liberale, ma la cultura è politica se vuole attecchire nel costume e realizzare la “cornice liberale” ove svolgere la lotta politica. Oggi è la cornice che manca, e manca per la prevalenza della cultura clericale, conservatrice e socialista e per l’assenza della cultura liberale. Di qui la necessità di un soggetto politico “di” liberali antagonista dei clericali, avversario dei conservatori e distinto dai socialisti.
Cultura e politica non possono essere disgiunte, per questo occorre richiamarsi alla “teoria” politica liberale, piuttosto che a vaghe “dottrine”, per inverare nella prassi la difesa della libertà (al singolare) dell’individuo aggredita dal clericalismo, dal conservatorismo e da quello che resta del socialismo.
BEPPI LAMEDICA (Veneto Liberale)
luglio 09, 2009
Ma un soggetto liberale serve, eccome. La politica italiana difetta di liberalismo
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NELLA POLITICA ITALIANA TUTTI SONO LIBERI, NON TUTTI SONO LIBERALI
"Società Libera sembra credersi autorizzata dal proprio nome a schierarsi contro i liberali in politica. Esprimersi apertamente è apprezzabile perché suscita un pò di dibattito politico, ma la tesi sostenuta manifesta solo la disperazione per un disegno fallito.La tesi è l'apertura del quindicinale di Società Libera, scritta da uno dei suoi principali animatori, un antico socialista pre craxiano e mai craxiano, ai vertici di aziende di area non proprio privata, dedito un tantino snobisticamente ad una vita impolitica senza mai rinunziarvi sottobanco, che si è sempre mosso nelle acque del centro sinistra e che ha sostenuto prima l'ulivismo indistinto e poi la dissoluzione dell'opposizione, pur di favorire un manufatto, la fusione PD, nonostante fosse evidente in partenza il destino genetico di non attecchire.
L'occasione per il grido disperato sono, in coincidenza con l'avvio della fase congressuale del PD, le critiche dei liberal-PD all'entrata del PD a Bruxelles nel nuovo gruppo socialista, ASDE, critiche motivate dall'aver capito bene che questo ingresso, nonostante le compunte cautele della stampa italiana nel comunicarlo, significa l'adesione del PD al filone socialista, anche perché quelli che erano della margherita vengono via dai liberali, dall'ALDE ( riducendosi a questo trasbordo la fusione del PD sbandierata come la nuova via).
Il quindicinale di Società Libera biasima i liberal-PD facendo questo ragionamento. Sono dei liberali e siccome i liberali hanno vinto ed oggi possono essere utili al massimo come posizione culturale, si occupino di cultura e smettano di avere altre pretese.
Questo ragionamento già non regge quanto all'assunto di partenza ( i liberal-PD non sono liberali in politica poiché non hanno effettivi comportamenti da liberali, il che è dirimente, siccome il modo di comportarsi è il cuore del liberalismo politico).
Ma da un errore di giudizio, il ragionamento si trasforma in un fondamentale errore di concetto quando nega ai liberali ogni ruolo nell'azione politica ( per farlo giunge a dichiarare che vi sono superstiti liberali nel Popolo della Libertà quando da lunghi anni è chiaro e comprovato che l'affermazione "liberali nel centro destra" è un ossimoro politico: un liberale non può stare nel centro destra e chi sta nel centro destra non è liberale).
Tralasciamo qui la sensazione (non del tutto vaga) che il quindicinale di Società Libera sottintenda che la politica è potere e che la cultura non se ne deve occupare, un sottinteso elitario condivisibile solo dai conservatori e dai fautori di una lotta non democratica. E' proprio assumendo che la cultura sia importante per la convivenza, che il grido del quindicinale di Società Libera, i liberali si occupino solo di cultura, rivela un aspetto davvero inaccettabile e preoccupante per le prospettive italiane.
Parlando in termini filosofici, se la cultura è importante per la convivenza ma non si deve occupare di politica, il quindicinale di Società Libera è in ritardo di qualcosa più di un secolo. Ai primi del novecento venne definitivamente chiarito, superando l'idealismo, che il razionale non è necessariamente il reale e che sono necessarie una serie di altre azioni perché possa diventarlo. Già allora balzò fuori che la cultura ha un senso pratico solo se ha un progetto per trasformare il reale, in altre parole se fa politica.
Allora o i liberali fanno politica come tali (ovviamente non in senso integralistico, foss'altro per interna coerenza metodologica) oppure chi si dice liberale e non lo è (perché appartiene ad un altro filone culturale) non può riuscire a fare una politica liberale, quanto meno in modi efficaci e in tempi minimali. Al massimo può studiare i testi liberali, impararli, ma se non appartiene alla cultura liberale e al suo senso critico resterà sempre un'altra cosa, pronta nell'azione a comportamenti incoerenti se non apertamente divergenti dal lliberalismo.
E siccome la politica è conflitto democratico e sperimentazione civile, l'escludere una cultura dal terreno politico priva necessariamente il confronto di una parte (quella liberale), dei suoi modi di interpretare il reale e dei suoi progetti per trasformarlo ( basati appunto, per i liberali, sul riconoscimento del valore decisivo del conflitto democratico). Dunque impoverisce la politica e il governo promosso dalla politica.
La posizione del quindicinale di Società Libera pare non capire che sta proprio qui la causa storica del buco di liberalismo in Italia. La progressiva marginalizzazione del liberalismo politico nell'ultimo secolo, dai tempi di Casa Reale impegnata contro Giolitti per l'entrata nella prima guerra mondiale. E non avvertendo la questione, il quindicinale vorrebbe addirittura prorogarne la durata facendo di una questione di fatto (la marginalizzazione dovuta al revanscismo antirisorgimentale, ai pregiudizi ideologici di origine marxista, ripresi dalla mistica fascista e occhieggiati da alcuni filoni teo-con, alla mancanza di professionalità di una pubblicistica dedita allo scoop dell'evento e al profetismo invece che ad una attenta informazione sulla realtà ed i suoi rapporti ) una questione di principio (i liberali confinati nella cultura e fuori della politica), nonostante che già oggi i dati sperimentali mostrino che la marginalizzazione del mondo liberale è stata negativa nell'evolversi delle cose in Italia quanto a tempi e a clima istituzionale.
E non basta. Per meglio sostenere la sua assurda tesi dei liberali fuori dalla politica, Il quindicinale di Società Libera prova a reinventare il concetto stesso di liberalismo. Lo equipara all'anticomunismo, cercando di sfruttare l'evidente fallimento storico del comunismo. Il quindicinale di Società Libera dovrebbe però sapere che la natura dei liberali non deriva per niente dall'essere anticomunista, ma al contrario è la stessa natura di liberali che la porta ad essere "anche" anticomunista. Il comunismo è politicamente finito, ma non per questo è finito il liberalismo, che ha idee e progetti per l'oggi e per il domani duramente combattuti da altri avversari vivi e vegeti. Sotto il profilo ideale e storico, il liberalismo precede di almeno un secolo il comunismo e fin dall'inizio la dottrina antitetica al liberalismo è il conservatorismo, cioè la volontà (immutabile nelle diverse epoche ) di non mutare nel tempo i rapporti della convivenza e di potere. Il marxismo è una forma modernizzata e totalitaria di conservatorismo, ove il padrone reale è il conformismo di stato, l'obiettivo è utopico ( la società senza classi fuori del tempo storico), l'immobilismo e la miseria stabile ne sono la conseguente realtà. Tutti i conservatori vorrebbero società chiuse dirette da grandi addetti, mentre il cambiamento liberale si sforza di continuo di aprire la società all'interagire degli individui.
All'ingrosso ( pensando al metodo di funzionamento e non al modello ) si può dire che il liberalismo permea in quest'epoca il contesto giuridico ed istituzionale dei paesi democratici. Non si deve tuttavia scordare non solo che ciò è il prodotto della spinta indefessa del liberali nei precedenti periodi storici, ma soprattutto che è impossibile sostenere che gli attuali contesti giuridici ed istituzionali devono restare come sono e che non c'è niente da cambiare per rendere le condizioni di vita e le interrelazioni individuali aperte e in grado di affrontare le odierne sfide ben concrete delle illibertà.
L'indispensabilità politica dei liberali dunque permane immutata anche in Italia. I liberali hanno la specifica caratteristica di essere i soli ad inglobare nel proprio modo di essere due attitudini tra loro connesse essenziali per costruire le istituzioni: mettere al centro di ogni azione politica la libertà di ciascun cittadino e adeguare proposte operative ed istituzioni al passare del tempo ( e dunque per i liberali vi sono sempre lavori in corso).
Gli altri non hanno queste due caratteristiche. La prima non la hanno perché perseguono differenti obiettivi, come lo statalismo, la classe, l'autorità, le corporazioni, la fede religiosa, le amicizie.
La seconda perché gli altri hanno il solo intento di presentare dei modelli fissi spacciati per risolutivi e non di costruire delle istituzioni aggiustabili nel tempo in modo da rendere effettiva la libertà del cittadino commisurata alle condizioni di tempo e di luogo.
Il non volere i liberali in politica (poiché loro dovrebbero esercitare un'altra funzione) corrisponde all'impostazione di gruppi compìti nelle forme che però in sostanza vedono la politica come occasione per conservare i propri privilegi sociali e non si preoccupano di rispettare i rapporti con le esigenze della convivenza libera (che viceversa i liberali fisiologicamente si sforzano di promuovere). Gruppi che piuttosto che prendere atto del mondo quale è, lo rifiutano e pretendono che la realtà debba essere solo quella che dovrebbe essere jn base alla loro manifesta (secondo loro) superiorità morale. Il loro è un distacco elitario dal conflitto pluralistico delle convivenze democratiche. Se la prendono con i liberali perché, essendo in Italia più deboli, attaccarli serve a rendere gustosa l'egemonia e, sperano, a rafforzarla.
E il bello è che questi gruppi sono tanto più accaniti contro i liberali quanto più i liberali non sono integralisti, quanto più non confondono il pluralismo con il sistema proporzionale e quanto più rivendicano la loro funzione di fisiologici innovatori anche sostenendo posizioni di riguardo proprio verso il mondo tradizionalmente più attento alle questioni sociali, senza esserlo abbastanza per le questioni individuali, e verso la necessità di formare in Italia un'opposizione rispettosa nel profondo dello Stato di Diritto.
Non volendo i liberali in politica, questi gruppi credono di dare maggior forza ad una sinistra più accattivante perché meno rigorosa e più alla moda ed al contrario la rendono ancor meno credibile presso l'opinione pubblica proprio perché la fanno avvertire come qualcosa senza spessore incline ai vecchi vizi leninisti dell'assorbimento degli altri a fini di potere. Tali gruppi dicono di voler fare opposizione, ma nei fatti, comprimendo i liberali, sono i migliori alleati della cultura che da il successo al berlusconismo.
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Due notazioni finali. Una sul paragone del tutto fuori bersaglio tra il ruolo dei liberali nella società e i rapporti tra fisica e matematica. Non vi è alcuna attinenza. La matematica presuppone la realtà, da essa astrae alla ricerca di nessi e poi sviluppa in via di autonomia logica scovando pure relazioni o interpretazioni che non necessariamente rientrano nella realtà. La fisica tenta di cogliere la natura dei fatti e il funzionamento delle cose formulando ipotesi interpretative da sperimentare. Così utilizza la matematica non solo come sistema di calcolo ma talvolta come spunto per valutare l'applicabilità di nuove indicazioni non solo sperimentali e di insospettate relazioni supposte in ambito matematico. In ogni caso fisica e matematica puntano ad ampliare la conoscenza umana del reale, ma non hanno l'obiettivo di trasformare i rapporti di convivenza tra umani e stabilire nuovi criteri di utilizzo umano della conoscenza a fini di libertà individuale. Obiettivo che è invece il fine fondamentale di ogni politica liberale. Inoltre in fisica e in matematica , analogamente che nella scienza, la discussione e il confronto sono determinanti. Lo sono pure nel caso della politica ma, a differenza dalla politica, qui discussione e confronto non prescindono mai dai nessi logici o dai risultati sperimentali (nonché dalla coerenza con essi delle ipotesi interpretative) e fondano solo su di essi i giudizi per la scelta evitando la meccanica del voto a maggioranza necessariamente comprendente anche pulsioni emotive o credenze e soprattutto si sforzano di non influenzare con tale criterio maggioritario l'impegno ad una continua ricerca. Per la scienza ( analogamente che per i liberali) sono inconcepibili criteri egemonici di chiunque. E per simmetria anche l'esclusione di chiunque. Nei decenni, questa metodologia operativa di tale meccanismo è sempre più universalmente condivisa. Nessuno pone quindi il problema di delimitare settori di intervento invalicabili tra fisica e matematica o di reciproca rappresentanza.
Infine fa sorridere qualsiasi liberale l'idea stessa di voler sostenere che il liberalismo ha vinto e che tutti ormai sono liberali. E' una tesi assurda che vorrebbe eliminare il tempo e far finire la storia, mentre è tipico dei liberali ripensare di continuo le condizioni sociali e le istituzioni che regolano la convivenza tra diversi. La presunzione dell'omogeneo è un indicatore sicuro di illibertà. Nel complesso, dunque, quello del quindicinale di Società Libera è un paragone senza fondamento.
La seconda notazione è a proposito della casuale citazione in calce al riquadro di una frase di un libro di Dahrendorf ( "gli uomini hanno bisogno di qualcosa di più dei diritti e del denaro per vivere una vita piena e soddisfacente. Hanno bisogno di metri che diano senso alla loro vita, supporti orientativi per il loro cammino" ). Presentata avulsa dal suo contesto si presta ad un equivoco pericoloso. Di certo l'identità di ciascuno non dipende solo dai diritti e dal denaro. Sono proprio i liberali a dirlo, battendosi da sempre contro l'idea dell'identità unica. Ciò non significa, per Dahrendorf e i liberali, che è sbagliato dedicarsi a fondo al dare regole per promuovere il rispetto dei diritti o a dare regole riguardo la circolazione del denaro nella convivenza. Questioni politiche centrali per un liberale, di cui Dahrendorf si è occupato fino alla fine. Dare regole per queste finalità è essenziale perché tocca aspetti decisivi delle relazioni individuali e dello stare insieme. Senza di loro non si costruisce niente per lo Stato della convivenza. Ma questo non può mai essere confuso con la pretesa di escludere altri interessi o altre attività d'altro genere in altri settori (si pensi solo al vasto ambito religioso).
Perciò lo Stato dei liberali non è invasivo, precettivo ed esaustivo. Di sicuro però, per la stessa ragione, Dahrendorf e i liberali hanno sempre contestato la pretesa opposta, quella di non occuparsi di dar regole ai diritti e al denaro nel segno di valori fuori dallo spazio e dal tempo, che dicono di essere più umani e invece agevolano l'autorità dei più forti (si pensi alla lungimiranza dell'impostazione cavourriana). Allora, se alla citazione si da una lettura avulsa dal contesto, sarebbe possibile anche questa seconda interpretazione politicamente illiberale.
Insomma, è comprensibile che il quindicinale di Società Libera usi le sue notevoli risorse per cercare di propagandare le sue convinzioni. Che sono appunto quelle di una società libera, e dunque di sicuro una società democratica, ma non per questo una società liberale. La società liberale è cosa assai più complessa e più evoluta proprio perché, in ogni condizione storica, si propone di favorire la più alta e più estesa espressione delle differenze e della libertà individuale. E che dunque è connaturata e non estranea alla politica.
Nei decenni passati, i fautori del sole dell'avvenire respingevano il liberalismo perché lo bollavano quale ideologia di classe legata alle infrastrutture borghesi; ora corrono a teorizzare che il liberalismo, siccome ha vinto, è divenuto inutile in politica. Lo scopo resta il solito. Evitare che il liberalismo in politica esplichi la sua carica di partecipazione attiva, che disturba il manovratore di turno, e le sue parole d'ordine perché serve ad esercitare il senso critico e a dissolvere (davvero, non a discorsi) le concentrazioni di potere in essere con il fine di spingere alla società aperta. Stando a questo riquadro, il quindicinale di Società Libera non intende rafforzare l'idea liberale, ma confinarla e corroderla. Auspica una società libera ma non una società liberale.
RAFFAELLO MORELLI
Dai "liberal" PD al nuovo soggetto liberale. "Ma se tutti sono liberali, non serve"
Se lo chiede una nota troppo breve e tagliente per non essere provocatoria apparsa sul sito di Società Libera, un pensatoio culturale fondato da accademici e imprenditori che diffonde i valori di una società libera senza vincoli di partito. In questo senso, la dedica che nel sito web chiude la pagina del "chi siamo" è una eloquente frase di Ralf Dahrendorf: "La società liberale, non è una prerogativa di alcun partito politico. E’ un obiettivo di significato più ampio, e più globale. E’ più importante riflettere su cosa una società liberale richiede piuttosto che costruire un nuovo liberalismo". Citazione che sembra scelta con cura tra mille, quasi come alibi.
Certo, ma è ovvio immaginare che il pensatore tedesco-inglese pensasse alle società avanzate nelle quali era vissuto, figlie della Riforma e già compiutamente liberali da generazioni, non ai Paesi occidentali on the border, come l'Italia, che per il prevalere negli ultimi 90 anni di tendeze fasciste, clericali e comuniste non ha potuto rafforzare quel liberalismo che le élites del Risorgimento erano riuscite a realizzare. Tanto che, nonostante sia obbligato dal consorzio internazionale, ancora oggi stenta a varare riforme liberali, per la mancanza di un soggetto autorevole e credibile che ne assuma intera la responsabilità.
Di Società Libera fanno parte numerosi uomini di cultura provenienti dalle più diverse esperienze, dalla Sinistra alla Destra, dal PD al PdL. L'amico Morelli nell'articolo seguente accenna a trascorsi socialisti, più che liberali, dell'autore dell'editoriale, e poi a ingarbugliate ragioni interne al PD. Non conosciamo né ci interessano questi antefatti. Ci limitiamo con ingenuità liberale a notare che il Consiglio direttivo di Società Libera, di cui faceva parte l’appena scomparso Ralf Dahrendorf e a cui tuttora appartiene Giovanni Sartori, è presieduto da Salvatore Carrubba. Nel Comitato Scientifico tra gli altri Augusto Barbera, Luigi Compagna, Dario Antiseri, Raimondo Cubeddu, Giulio Giorello, Piero Ostellino, Angelo Panebianco.
Semmai, l'interrogativo che viene spontaneo è: quanto incidono questi bei nomi sulla conduzione politica di Società Libera? Ma li leggono almeno gli editoriali, come questo sbrigativo e tranchant di Morganti? E se sì, com'è possibile che approvino? Io non azzardo ipotesi, né faccio dietrologia. Ma il panorama ipotizzato da Morelli nell'articolo di risposta (vedi) è inquietante. Sarebbe in atto, dentro e fuori del PD, un tentativo di normalizzazione tra liberali veri e finti, con ovvia prevalenza dei secondi? In tal caso, certo, la creazione di un grande, vero, soggetto liberale, come terza forza della Ragion Critica, potrebbe disturbare gravemente i manovratori, sia di Destra sia di Sinistra. Ma forse è solo un incubo. Anche perché su questo punto poco o nulla è venuto alla luce nel dibattito esterno. Perfino Radio Radicale, a parte il doveroso appoggio a Ignazio Marino, non ne accenna.
Altrimenti, non sapremmo che pensare di tante e belle intelligenze del Direttivo e del Comitato Scientifico di Società Libera, che discettano ad ogni pie' sospinto di Liberalismo e, ne siamo sicuri, sinceramente lo amano, anzi lo pretendono, ma che poi curiosamente non vogliono un Partito che lo realizzi. Anzi lo escludono apertis verbis nella stessa presentazione del Gruppo.
Immaginate una assise di intellettuali socialisti o conservatori, repubblicani o cattolici, riunita per riaffermare i propri valori con forza, che commettesse l’errore di escludere pubblicamente fin dall’inizio qualsiasi possibilità di dare vita ad un soggetto politico pratico che agisca nell’agone mondano. Impossibile a immaginarsi. Una tattica che farebbe inorridire perfino la più mite signora anziana giocatrice di poker.
E allora è il solito paradosso liberale? Solo i liberali italiani, gli unici, veri illuminati, credono che le idee liberali possano discendere da sole per grazia del Logos sulle teste dei politici, ed ispirarli?
Suvvia, il mondo delle favole dovrebbe essere lontano per questi anziani intellettuali. Possibile che abbiano dimenticato gli esempi della Storia, che cioè le idee non marciano da sole, senza un supporto politico che le rappresenti nella vita sociale ogni giorno? E’ per errori del genere che il Liberalismo italiano, unico in Occidente, è malaticcio, perdente, costretto sempre sulla difensiva, più pronunciato a vanvera che praticato.
Insomma, il nuovo paradosso di Zenone (Zenone, proto, non Zanone...) sarebbe che "Se tutti sono liberali, nessuno lo è". Corollario: "Anzi, nessuno lo deve essere, né sembrare".
Per riprendere l’abusato Benda, se di "trahison des clercs" si tratta, ebbene, a guardare certi pensatoi e comitati scientifici "liberali", il parterre dei chierici laici italiani colpevole in solido di trahison è come sempre ben nutrito e rappresentativo.
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Ma diamo la parola al breve editoriale di Società Libera, a firma di Franco Morganti, diffuso con la Newsletter quindicinale n. 135 del 1 luglio 2009, e reperibile anche sul sito http://www.societalibera.org/it/:
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COLLOCAZIONE CERCASI
"Puntualmente – scrive Società Libera – dopo le elezioni europee, si pone il problema della collocazione dei democratici italiani nel parlamento europeo. L’ultimo compromesso sarebbe quello di vederli confluire nel PSE che allo scopo cambierebbe nome in ASDE. Questo non soddisfa i Liberal-PD, cioè i liberali del PD e neppure altri liberali sciolti, come leggiamo sulle email che ci pervengono. Ma crediamo non siano soddisfatti neppure i superstiti liberali del PdL, costretti a ritrovarsi nel PPE.Crediamo che il problema stia a monte, come si diceva una volta, e cioè nella pretesa dei liberali di costituirsi o di esser riconosciuti come tali in un partito politico, almeno in Italia.
Il liberalismo ha vinto la sua battaglia storica contro la dottrina antitetica, che era il comunismo e permea il contesto giuridico e istituzionale di tutti i paesi democratici. A che scopo distinguersi e caratterizzarsi come liberali, quando lo scontro, nell’ambito della cornice liberale, è fra dosi maggiori o minori di dirigismo o di liberalizzazione? E’ come se i matematici, visto che la loro disciplina ha largamente conquistato il mondo, pretendessero una rappresentanza politica in quanto matematici.
Che facciano cultura liberale, di cui c’è sempre grande necessità, piuttosto che spendere le loro energie nell’organizzazione partitica!"
FRANCO MORGANTI
aprile 11, 2009
Populisti e senza regole. I finti "liberali" del regime mangia-tutto e del "far vedere"
Comodo per chi vuole fare i propri comodi: le dottrine, le ideologie costringono ad una certa razionalità, ad un minimo di coerenza. E quando non si rispettano le leggi interne della logica e della coerenza, figuriamoci quelle esterne, cioè il rispetto delle regole tipico dello Stato di diritto, in cui anche i governanti devono seguire le leggi.
Così, invece, Berlusconi lavorando solo sulle parole, sulle definizioni, sul "far vedere", sul teatrino della politica alla tv, può dire a fare tutto e il contrario di tutto, smentirsi nel giro di qualche ora, definirsi "liberale" (che bella parola: tanto la gente non sa che vuol dire…) ma dire cose anti-liberali, populiste, qualche volta perfino fasciste. O anche solo stupide, che è peggio.
Sulla doppiezza voluta e a lungo studiata di questa Destra, basta solo un esempio: si riempie la bocca di "liberale" e poi non aderisce al Partito Liberale europeo, ma al suo oppositore conservatore, al Partito Popolare. Già questo la dice lunga. Ma lo capiranno quegli studenti ultraconservatori e ignoranti che leggono solo articoli e libri che confermano le loro idee tifose (basta andare sui blog aggregati da Tocqueville), i ragiunatt, gli artigiani e i piccoli imprenditori che per loro ammissione "non hanno tempo neanche di leggere il giornale", e i milioni di casalinghe, anziani e pensionati, che vedono solo la tv, e al massimo leggono solo Libero o il Giornale, e sono la platea naturale del Popolo della Libertà? No.
E su questa diffusa ignoranza della gente che si basa il governo di Destra.
Il termine "liberale", quindi, è stato conquistato proprio dai suoi avversari, così com’è accaduto a "laico", ormai ostaggio dei clericali che agiscono in Parlamento su mandato della Chiesa.
Ora il commentatore Piero Ostellino, ex-direttore del Corriere della Sera e intellettuale di sicura scuola liberale, ha integralmente ospitato nella sua rubrica sul Corriere della Sera (11 aprile) la lettera di Raffaello Morelli (Fed. Liberali e Comitato dei Liberali Italiani) sullo scarso o nullo rispetto delle regole e sul populismo anti-liberale spacciato per "liberale" alle masse ignare di politica attraverso i massa media, che caratterizza questo Governo e anche l’intera classe politica. Peccato il titolo ("Ultimi mohicani"), da tipico giornalista che semanticamente prende le distanze e usa l’alibi di cautelarsi da una tesi con una certa ironia. Conosciamo i nostri polli, avendo frequentato redazioni fin dalla adolescenza.
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ULTIMI MOHICANI
Piero Ostellino, Corriere della Sera, 11 aprile 2009
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Questa è la storia degli ‘ultimi mohicani italiani’. Dei liberali in politica. Minoritari, certo. Ma che si è fatto di tutto, e di più, per far scomparire persino dalla vista.
"Caro Ostellino, quando nel suo "Dubbio" di sabato scorso critica la creatura dell’on. Berlusconi, invece di Popolo della Libertà, Lei usa il nome di Partito della Libertà, un nome della Federazione dei Liberali, figlia del vecchio PLI. Di per sé, il lapsus mostra a cosa porta la campagna, iniziata a metà del 2007 dall’on. Brambilla e da Forza Italia, per appropriarsi del marchio Libertà secondo un metodo da Far West mediatico più che da Stato di diritto. Su ciò è in corso al tribunale di Milano una causa promossa dalla FdL contro esponenti di Forza Italia. Ma la questione va oltre il diritto. Vi sono essenziali motivi cultural-politici per impedire al centro destra lo scippo del nome che sta tradendo da 15 anni. Gli stessi vissuti dalla FdL aggiornando la tradizione di Giovanni Malagodi e Gaetano Martino nel solco di Liberal International.
Il nome Partito della Libertà evidenzia la libertà del cittadino indissolubilmente legata alla diversità individuale delle tendenze e delle aspirazioni, mentre popolo è l’idea massificante ed indistinta di chi adora il collettivo. Congiungere le idee di Popolo e di Libertà è un’immagine suggestiva dal contenuto politico del tutto contraddittorio. E contraddittori sono gli atti del clan Berlusconi. Esalta l’adesione al Partito Popolare Europeo come se fosse credibile accoppiarlo alla rivoluzione Liberale (quando Liberali e Popolari sono avversari naturali). Organizza una kermesse di 7000 delegati senza voto come se fosse una pratica attuazione dei principi Liberali (quando li viola). Poi, mentre si contraddice, ritenta quello scippo cui all’epoca dovette rinunciare per la nostra causa e, con l’investimento pubblicitario, riprova ad accreditare presso cittadini e opinionisti il Partito della Libertà quale roba propria. Così da due mesi, il ministro Bondi ha ripetutamente denominato Partito della Libertà l’organizzazione di cui è coordinatore, e ogni volta ci scrive contrito dicendo che è incappato in una svista linguistica. Da qui la nostra nuova causa ex art. 700 c.p.c. per inibirgli le sviste fino al voto europeo. Il revival berlusconiano non è casuale. E’ funzionale al disegno di monopolizzare tutte le differenze e ad evitare che la FdL utilizzi Partito della Libertà alle europee. Le scorrerie sono servite ad ostacolare il nostro lavoro politico con altri, proprio sbertucciando e contaminando il nome. Ad ostacolare chi denuncia che il confronto democratico non è riducibile al dialogo di potere tra i due partiti più grossi per mutare regole a proprio comodo.
Questo è il nocciolo politico. Il vero tumore del nostro Paese è il buco di Liberalismo. Il metodo coerente dei Liberali scopre gli altarini, preoccupa e va nascosto. Fanno il lavoro sporco non solo il Popolo della Libertà con i teo-con e il Partito Democratico con il sinistrismo senza progetto, ma tutto l’establishment, dall’editoria alla finanza alla burocrazia, cui interessa conservare quei privilegi che impediscono il competere di mercato nelle regole. Berlusconi che decide non è né il male né la cura, è una risposta ai problemi sbagliata e inadeguata. Il Partito della Libertà è l’area dei Liberali impegnati, non la corporazione dei conservator-populisti."
RAFFAELLO MORELLI
febbraio 23, 2009
Malgrado cani e porci, la scalata di Destra fallisce. Il PLI resta libero e indipendente
"Bei tempi", quando i partiti, nonostante che al momento del voto apparissero improvvisamente parenti, fidanzate, amici, e ceffi poco rassicuranti del tutto sconosciuti ai più, almeno erano veri, e le differenze di caratteri e visioni del mondo non erano attenuate e distrutte dall’omogeneizzazione ipocrita necessaria al cesaropapismo oggi imperante. Allora, sì, ricordano i nostalgici un po’ masochisti, che la passione politica era "bella".
E così è stato nella grande sala congressi dell’Hotel Aran-Mantegna. Colpi di scena a ripetizione, ressa all’ingresso per gli accrediti, risse con le truppe cammellate della Destra che avevano avuto l’ordine di infiltrarsi ("Berluscones? Magari, quelli dalla faccia e dal vestito sembravano piuttosto della Fiamma!" ha esclamato scandalizzata un ragazza), una signora dell’accoglimento che si è sente male, mentre in sala scontri durissimi che ricordavano gli anni 50 ("bullo!", "mascalzone") tra i colleghi giornalisti Diaconale e Guzzanti, e tra Diaconale e la Brancati.
Insomma, chi l’avrebbe detto, il Congresso del Partito Liberale è stato finalmente un congresso vero, a tratti sanguigno, con alti e bassi da montagne russe al cardiopalmo, con un doppio finale a sorpresa (prima il voto la sera di sabato, e poi alla domenica la decisione della minoranza al Consiglio nazionale) che ai liberali ha fatto finalmente tirare un sospiro di sollievo dopo le polemiche della vigilia. Con una prima giornata dedicata ai politici o studiosi ospiti che hanno svolto spesso vere relazioni di spessore politico (è il caso di Massimo Teodori), con molti interventi, e con contrapposizioni forti di uomini. Non di programmi, però, molto simili tra loro, segno d’un Liberalismo maturo e condiviso.
Fatto sta che la macchina da guerra che aveva lanciato una vera e propria OPA segreta e ostile ha fallito. Del resto alcune smagliature si erano già notate nella sua trama: per esempio i pacchi di richieste di iscrizione provenienti da un unico indirizzo, arrivate al PLI un giorno dopo il termine ultimo. Errori imperdonabili che ricordano piuttosto le velleità di Totò e Peppino, e che non possono che concludersi con qualche amaro risolino.
Quello che conta è che il partito di Croce e Einaudi non viene assorbito dalla Destra berlusconiana, ma continua ad essere più vivo e vitale di prima, col triplo degli iscritti (superai i cugini radicali), fermamente indipendente e terzo rispetto ad una Destra e ad una Sinistra sempre più vischiose, poco o nulla liberali, affette da leaderismo, mancanza di idee, sottomissione alla Chiesa, riluttanza ai progetti, alla modernizzazione del Paese e alle riforme, insensibilità ai veri bisogni della gente. E in questo la Destra non sembra ai liberali che hanno stravinto (a differenza di quelli che hanno stra-perso) assolutamente migliore della Sinistra. Anzi.
L’attuale Segretario, Stefano De Luca, in due lucidi discorsi, il primo dei quali vista l’invasione è stato un bel saggio "identitario" e culturale, ha avuto buon gioco nel dimostrare che il bonapartismo strisciante si avvale di ogni mezzo per condizionare la libertà dei cittadini, e che – Forza Italia o no – ormai la Destra si esaurisce nel berlusconismo. Non c’è altro spazio per nessuno. Perché, allora – si sono chiesti i congressisti – portare i liberali a Destra? Era lecito chiedersi: "Chi lo aveva ordinato, chi lo avrebbe gradito?"
Ma anche Taradash e Diaconale, i candidati accusati di aver lanciato l’OPA, hanno in sostanza confermato gran parte delle critiche al berlusconismo. Segno quindi che, se OPA c’è stata, non era una scalata segreta ordinata da Berlusconi (figuriamoci, un partitino dello 0,3 per cento), ma piuttosto un regalo spontaneo, magari facilitato, per autonoma iniziativa di donatori ossequiosi, come dote simbolica per acquisire eventualmente ruolo, benemerenze e potere. A chi? Alla Destra. Che, gira e rigira, altro non è che Berlusconi.
Quest’assurda contraddizione (parlar male del PdL e poi portargli in regalo il PLI) è apparsa insostenibile anche ai meglio disposti verso i conquistadores, ed ha irrimediabilmente fatto perdere la partita alla cordata.
Il secondo errore, capito al volo dalla platea, come sempre sensibile alle sfumature psicologiche, era una caricaturale tracotanza alla capitan Fracassa in uno o due personaggi, e in altri un’aggressività appuntita, una dialettica pregiudiziale e astiosa, un insopportabile tono didattico, insolite tra liberali, e comuni invece tra avversari di "opposti schieramenti".
La gente ha capito al volo dai toni usati nella discussione che quelli che considerava gli "intrusi" perché volevano entrare in massa con centinaia di nuovi iscritti al seguito non lo facevano per dialogare e competere nel rispetto reciproco, ma per distruggere l’avversario e sostituirlo del tutto con un colpo di mano durante il Congresso. Una programmata completa decapitazione della classe dirigente del PLI. Che avrà certo colpe di inattività e di scarsa comunicazione, da me sempre ricordate, ma non certo culturali e ideologiche, e che invece in Italia si distingue come interprete fedele e completa di tutti gli aspetti del Liberalismo. Quel Liberalismo di cui si fanno belli abusivamente e solo per propaganda soprattutto a Destra, oggi anti-liberale nelle prese di posizione e nei fatti concreti come o addirittura più della Sinistra.
Inoltre, a riprova ulteriore che tutti gli indizi del cui prodest portano alla stessa parte politica, ha incuriosito l’accanimento di una ex-esponente FI contro il senatore Guzzanti, che da poco ha lasciato il PdL lanciando gravi e giuste accuse a Berlusconi. Sul suo blog si era concesso da giornalista e "impolitico" fuori schema alcune provocazioni eterodosse - p.es. sulle pene ai grandi criminali - assolutamente lecite per un liberale (si sa che Destra e Sinistra non accettano la posizioni personali anticonformiste), e che comunque non ha mai fatto come esponente del PLI.
Contro di lui c'è stato un attacco strumentale d'una Destra anguillesca, che quando meno te l'aspetti si finge Sinistra. D'altra parte, se si spulciasse in modo sovietico nella corrispondenza privata (leggibile da tutti) dei nostri blog, si troverebbe di tutto. Io stesso ho fatto provocazioni paradossali d'ogni tipo. L'amico Guzzanti, perciò, ha fatto bene a lamentarsene e a denunciare "attacchi alla Vishinsky". Ha tutta la mia e nostra solidarietà.
Dopo una lunga e complessa votazione a scrutinio segreto, De Luca e Guzzanti hanno ottenuto il 73 per cento, mentre Diaconale e Taradash il 23. Il giorno dopo, in sede di Consiglio Nazionale e con la prospettiva di eleggere la Direzione, ultimo colpo di scena: i perdenti Diaconale e Taradash rifiutano di assumere cariche in Direzione.
Ed è un peccato, perché questo comportamento lecito ma non democratico conferma i sospetti dell’OPA e perché impedisce ad alcuni bravi e preparati giovani della cordata di lavorare per il Liberalismo. I giovani liberali in buona fede sono i primi ad essere danneggiati da Diaconale. Infatti, il bravo ricercatore Paolo di Muccio, liberale autentico che voleva lavorare comunque nel PLI, è stato estromesso dalla corrente diaconalina.
Il Congresso ha poi nominato i nuovi vertici del Partito: Presidente d’onore: Carla Martino; Presidente: Carlo Scognamiglio Pasini; Segretario Nazionale: Stefano de Luca; Vice Segretario: Paolo Guzzanti. Il Segretario ha indicato – è una mia vecchia e reiterata proposta, questa, e sono lietissimo della vittoria - un Ufficio di Segreteria. E’ stato costituito da Roberto Petrassi, Mario Caputi, Ivan Uncini e Stefano Maffei.
Tanto clamore per nulla? No, le polemiche e la scalata plateale (ottimo coup de theatre: non a caso con 3-giornalisti-3 come protagonisti, gli uomini della stampa di effetti speciali se ne intendono) hanno chiamato a raccolta i vecchi liberali disincantati, e hanno convinto ad accostarsi molti giovani, sempre attratti dove c’è uno "scontro di civiltà". E così siamo riusciti ad infilare almeno (sono pochi, ce ne vogliono di più e con posizioni ancora più indipendenti, da veri e propri co-segretari) due nomi nuovi, 30-40nni preparati, veloci e attivi, in Segreteria: Maffei e Caputi. Un altro, Tagliati, già lavora bene nel campo della modernizzazione informatica del PLI.
Buon segno: il rinnovamento è iniziato. Speriamo che l'amico segretario De Luca, che così bene rappresenta il pluralismo tipico del Liberalismo, e che abbiamo in modo convinto difeso al 100 per cento, si tolga di dosso un po’ della sua... coriacea sicilianità individualistica e deleghi sempre di più. Il Liberalismo ha bisogno del lavoro di gruppo tipico della politica moderna, della modernizzazione e delle competenze specifiche necessarie ai tempi veloci in cui viviamo. Auguri, Stefano!
febbraio 15, 2009
Opa segreta sul Partito Liberale. L’appello degli altri liberali: rinviare il Congresso
Coordinamento dei Liberali Italiani
Federazione dei Liberali
Forum per l'Unità dei Repubblicani
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Febbraio 11, 2009
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All'On. Stefano De Luca
Segretario del Partito Liberale Italiano
via Ignazio Guidi 4, Roma
Caro De Luca, Come tu ben sai, i gruppi di noi firmatari sono impegnati da tempo a costruire, in occasione delle prossime elezioni Europee, la lista unitaria dei liberali, repubblicani e moderati che intendono iscriversi al Partito ELDR non riconoscendosi nel PPE e nel PSE. Dunque riteniamo che vi parteciperà anche la Tua area.
Peraltro rileviamo dalla stampa che, in vista del Vostro congresso fissato il 20-22 febbraio, è in corso un acceso dibattito, tra i Tuoi sostenitori e altri soggetti finora del tutto estranei al Tuo partito, a proposito della Vostra attuale linea di collocazione liberale. Questi ultimi soggetti vorrebbero ribaltarla. Il Vostro confronto è così sulla Vostra collocazione in Italia. Eppure pensiamo che, nella naturale concitazione delle giornate congressuali, il dibattito finirebbe per dare un'immagine divisa della Vostra realtà, con deviazioni innaturali rispetto ai principi liberali di autonomia politica, che potrebbe incidere pure sulla questione ELDR. Ciò, oltre la Vostra immagine, indebolirebbe senza dubbio la nostra lista dei liberali per le Europee dal punto di vista politico propagandistico.
Per tutto questo, noi tutti rivolgiamo a Te e al Tuo partito un accorato appello perché vogliate scongiurare una Vostra divisione strutturale dovuta a pur rilevanti questioni politiche italiane e, ripercorrendo quanto già fatto dal PRI con il rinvio del proprio Congresso di marzo, vogliate slittare il Vostro Congresso di qualche mese ad elezioni Europee celebrate, quando il Vostro dibattito interno sulla politica italiana potrà essere affrontato senza indurre effetti elettorali europei.
Nella speranza che vogliate accogliere questo nostro appello, Ti salutiamo molto cordialmente
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Paolo ARSENA
Gianmarco BRENELLI
Giuseppe GIZZI
Raffaello MORELLI
Pietro PAGANINI
Claudio PIETRONI
Nico VALERIO
dicembre 24, 2008
Economia. Ma il Governo non capisce che servono riforme radicali e coraggiose
L’impressione è che nessuno – né Governo né cittadini – voglia accettare l’idea di dover stringere la cintola. Stiamo continuando a comportarci come se fossimo ancora negli ruggenti anni Settanta. Già ma in quei lontani "anni felici", ricorda ora Antonio Martino sul sito dell’Istituto Bruno Leoni il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo era appena del 36,9% (oggi è oltre del 104%). E se il Governo Berlusconi che oggi gode, più per mancanza di concorrenti che per abilità propria, di un’alto favore popolare, non mette mano alle riforme, anche impopolari, chi mai potrebbe farlo in futuro? Servono riforme severe, drastiche, coraggiose, radicali. E il PdL potrebbe spendere un po’ del suo patrimonio di gradimento per realizzarle. Ma evidentemente manca di senso dello Stato, oltreché di personalità davvero liberali. Quello che gli preme davvero è conservare il più a lungo possibile le percentuali bulgare di appoggio popolare in previsione delle elezioni europee. Altro che liberalismo e riformismo.
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NON ABBIAMO BISOGNO DI MANOVRE,
MA DI RIFORME, CORAGGIOSE E RADICALI
di Antonio Martino
http://www.brunoleoni.it/
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L’apertura di Libero ("Appello a Berlusconi. Elimina le province", sabato 29 novembre) ha il grande merito di riportare sulla terra i termini del lunare dibattito politico dei nostri giorni, conducendoci all’ineludibile punto di partenza di qualsiasi analisi seria della nostra situazione: l’Italia così com’è non si salva. L’esistente non può essere gestito come se nulla fudesse, deve essere radicalmente cambiato se vogliamo ricominciare a sperare nel futuro. E’ una tesi che non mi stancherò mai di ribadire in tutte le salse: le manovre, i pannicelli caldi, l’elargizione di oboli e le piccole toppe non producono effetti di sorta; per non morire l’Italia deve cambiare.
L’esistente, in vigore da decenni, è il risultato della graduale accumulazione di decisioni insensate ispirate alla forma più puerile e demagogica di statalismo catto-comunista. Non è pensabile che l’economia italiana possa crescere, che si possa scongiurare l’eventualità che la crisi attuale si trasformi in autentica catastrofe, quando si continua a sottoporre il nostro Paese ad un salasso pari al 50% di tutto ciò che viene prodotto. Né è sensato difendere quel salasso quando è evidente a tutti che quel gigantesco ben di Dio viene sistematicamente dilapidato in spese futili, superflue o dannose. Come si può credere che si possano avere miglioramenti mantenendo un sistema di governo locale pletorico, dispendioso e farraginoso? Quando il sistema pensionistico continua ad essere insostenibile e si avvia al fallimento, quando il sistema sanitario, a fronte di costi astronomici ed ingiustificabili, continua a restare invariato, quando la ridondante macchina amministrativa serve solo ad ostacolare, quando non ad impedire, le attività produttive? Potrei continuare a lungo ma il lettore sa benissimo di cosa parlo.
Questa Italia, così ridotta, può solo continuare a fare debiti: nel 1970 il rapporto del debito pubblico sul reddito nazionale era pari al 36,9%, nel 1980 54,9%, nel 1990 97,2%, nel 2000 104%, e continua a crescere. Cambiano le maggioranze parlamentari, cambiano i governi, ma la marcia verso la catastrofe finanziaria continua inarrestabile.
Al crescere della spesa pubblica si è ridotto fino ad azzerarsi il tasso di sviluppo del reddito: dal 1951 al 1980 siamo cresciuti ad un tasso medio annuo superiore al 6%, dal 1981 al 2000 la nostra crescita è scesa a poco più del 2%, dal 2001 ad oggi il tasso di sviluppo è stato inferiore al margine di errore statistico. L’Italia, dopo avere stupito il mondo con una crescita che faceva parlare di miracolo, è diventata un Paese "in via di sottosviluppo".
Le tendenze in atto nel mondo suggeriscono che dovremo affrontare tempi difficili: chi può in buona fede credere che l’Italia possa farlo in queste condizioni? Chi è disposto a difendere il livello delle nostre spese pubbliche, la loro destinazione, il loro utilizzo? Chi può credere che un Paese tartassato, male amministrato, oberato da un debito colossale ed ingessato per via di una montagna di vincoli ingiustificati possa affrontare con successo le sfide che ci attendono?
Non abbiamo bisogno di manovre - la nostra non è la temporanea patologia di un sistema altrimenti sano ma il fisiologico esito di un sistema sbagliato – abbiamo bisogno di riforme, coraggiose e radicali che rimettano ordine in un Paese devastato da mezzo secolo di governo dissennato. Per la prima volta nella nostra storia recente, abbiamo le condizioni politiche necessarie ad affrontare la sfida del cambiamento. La maggioranza è ampia e coesa, la maggior parte dell’opposizione più ragionevole di quanto sia stata in passato, il momento è grave e non tollera esitazioni e ritardi. Passiamo quindi dalle dichiarazioni audaci e dalle decisioni timide a dichiarazioni prudenti e scelte coraggiose. In genere, la storia produce l’uomo giusto al momento giusto: Berlusconi dimostri di esserlo.
ANTONIO MARTINO
novembre 05, 2008
Evviva l’America e Obama, nuovo attore come tanti, sul palcoscenico del Mondo
Perché la più antica democrazia liberale al mondo dimostra di funzionare bene anche in periodi di grave crisi economica, occorsa perché qualcuno tra politici e controllori finanziari si era dimenticato di far rispettare le regole del mercato.
Perché gli Stati Uniti sanno integrare subito non solo i nero-americani, ma addirittura i figli degli immigrati africani recenti. Altro che Europa.
Perché Obama ha espresso nella sua carriera un livello di eccellenza e di merito fin dall'università, lontanissimo da quello che si richiede di norma nella corrotta Italia, dove a Destra e a Sinistra governano per lo più i mediocri e buoni a nulla, e dove l'intera società è fondata sui "figli di papà" e sulle raccomandazioni, amicali o politiche. Altro che merito. Perché Obama ha assimilato subito e bene la liberal-democrazia delle libertà e dell'uguaglianza dei punti di partenza, dell'intelligenza e della concorrenza. Merito suo, ma anche merito della società in cui vive. Altro che Italia.
Ma anche perché la democrazia degli Stati Uniti sa essere elastica, non rigida, lenta, tradizionalista e gerontocratica come quella dei Paesi d’Europa (con l'Italia in prima fila), e perché eleggendo per la prima volta un nero di 49 anni, figlio del miscuglio di etnie su cui si fonda la società americana, per di più accettando la promessa d’un "cambiamento" - bisognerà poi vedere quale - l'America mostra di conservare il coraggio e l’amore per le novità e il Progresso tipici dei liberali, di qualunque scuola siano.
Perché, infine, Obama, che dice di ispirarsi al liberale Lincoln, più che rappresentare il Partito Democratico, è l'espressione trasversale di un'America nuova, anticonformista, sognatrice, forse ingenua, in rappresentanza di numerose minoranze, dei giovani, dalle donne
e del cittadino qualunque, che si opponeva alle aride burocrazie conservatrici.
Com'è giovane l'America, disposta sempre a ricominciare, a rischiare, a scommettere sul nuovo, a mettersi in gioco. Com'è vecchia l'Europa, com'è decrepita l'Italia.
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In realtà della politica e della psicologia di Obama, tranne il suo curriculum brillante e la sua intelligenza, che gli ha suggerito di trasmettere entusiasmo e passione ai congressisti del Partito Democratico e agli elettori, noi non sappiamo niente. Come ignoravamo tutto della vera natura di McCain o di Bush. Certo, non gli sarà difficile apparire dieci volte più intelligente di Bush.
D'accordo, il sistema è più importante dei singoli in America. Strano, no? Perché il luogo comune sui "valori dell'America" che sopravvive in Europa dice semmai il contrario.
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Ma l’animo di un uomo è imperscrutabile perfino ai suoi familiari, amici e colleghi più assidui. Non è facile capire quali sentimenti nobili, banali o abietti, quali finalità segrete egli nasconda. Solo gli atti esterni potrebbero darci una traccia.
Eppure questa teoria del "political behaviorism", del comportamentismo politico, è smentita dai commentatori più tecnici, che spiegano col consueto cinismo come e qualmente nelle moderne democrazie perfino i presidenti oggi rischiano di essere irrilevanti, controllati come sono da anonimi staff, lobbies industriali e commissioni consultive.
I presidenti, perfino loro, sono dunque solo delle controfigure, degli uomini "immagine" necessariamente mediocri? Ma se così è, a dirigere tutto sono i burocratici apparati dei partiti, dove regnano le mezze figure, i politici più squallidi. E che cosa sappiamo di loro? Nulla.
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Figuriamoci quanto poco possiamo rallegrarci o dispiacerci, in particolare, per l’elezione di Obama, misurato con le parole, attore consumato abile anche nei dietro-front, umbratile, calcolatore, insomma capace di tutto, come tutti i politici arrivati al successo, anche nella "liberale" America. Tutto di lui, quando lo vedremo all’opera, ci darà sorpresa e delusione. E tutto sarà possibile, come anche il suo contrario, finché non lo vedremo all’opera. E anche dopo.
Questo lo diciamo non per rifare il verso a Seneca o Shakespeare, ma perché abbiamo visto che la politica non solo non attira i migliori, ma è corruttrice anche di quelli ritenuti i migliori. L’ambizione smodata del successo, l’amore per il comando fine a se stesso, il voler eccellere nel potere sugli altri anziché realizzare individualmente opere proprie, sono una droga che affascina e lega molti che non hanno altre virtù, che spesso non hanno capacità o valori propri da coltivare, e che perciò scelgono di vivere in esclusiva relazione con gli altri. Ma stanno tra la gente, tra gli altri politici, al puro scopo di carpirne la benevolenza, il voto, per poi poterli dominare. E attraverso di loro dominare il popolo, il mondo.
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Oggi che l’americano democratico Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti, con grande margine sul repubblicano McCain, ci accorgiamo che entrambi erano e sono delle icone. Di loro non sappiamo nulla di più di quello che loro stessi e i rispettivi uffici stampa hanno voluto che si sapesse. Attori, grandi, buoni, ma più spesso mediocri, sulla grande scena del Mondo. E il pubblico, gli spettatori, contano solo per far numero. Vedremo chi sono i registi.