10 dicembre 2013

 

La famosa lettera di Croce: perché non possiamo essere né di Destra, né di Sinistra.

Lettera di Croce su Partito Liberale né di Destra né di Sinistra (Croce 1951) In una bellissima e famosa lettera scritta a macchina, contenente alcune puntigliose correzioni a penna (segno che il grande intellettuale e filosofo, oltretutto uno dei maggiori scrittori del Novecento, a differenza di Moravia all’ortografia e alla forma teneva, eccome), Benedetto Croce nel 1951 indirizza ai liberali una lettera in cui esclude che un Partito Liberale possa mai definirsi “di Destra” o “di Sinistra”. Semmai, partito “di Centro”. Anzi, dice, l’unico che sia possibile definire di Centro. Ma è chiaro che si tratta di un Centro mobile, mobilissimo, come spiega, di volta in volta rivolto verso Destra o verso Sinistra, cioè – spiega lo stesso Croce – con atti, a seconda delle esigenze, di progresso, anche spinto, o di conservazione. Insomma, è chiaro che si tratta di un Centro filosofico, virtuale più che virtuoso.

Come interpretare questo scritto? Innanzitutto storicizzandolo e non assolutizzandolo. Si era nei primi anni Cinquanta, quando si andava imponendo una sorta di "bipolarismo" imperfetto tra cattolici e comunisti. Bipolarismo potenziale, virtuale, temuto, più che reale, vista l'esclusione a priori della possibilità di alternanza al Governo per un Pci legato mani e piedi all’Unione Sovietica – allora nel più bieco periodo dello stalinismo – e nemico dichiarato del sistema liberal-democratico e dell’Occidente.

Sono gli anni drammatici dello scontro “di civiltà” anche in Italia, confine orientale dell’Europa libera, dove il Partito Comunista preme con oggi mezzo per raggiungere il Potere e la lotta politica inevitabilmente diventa binaria, anzi per meglio dire bipolare ante litteram. Lo schieramento nel Parlamento è necessariamente grossolano e schematico: da una parte i difensori della libertà che si oppongono ai tentativi di “rivoluzione” comunista (e allora socialisti e comunisti sono ancora partiti fratelli), dall’altra i comunisti. Questo condiziona inevitabilmente anche l’uso parlamentare e giornalistico dei termini Destra, Sinistra e Centro, con una Sinistra di socialisti e comunisti, un Centro di democristiani, liberali e repubblicani, una Destra di neo-fascisti, monarchici, qualunquisti e qualche conservatore dissidente rispetto al Centro.

Perciò, credo che in questa lettera perfino Croce indulga al vezzo di definire gli schieramenti come Destra, Centro e Sinistra più che altro sotto l’urgenza di farsi capire dagli elettori. Certo, anche il grande Cavour, maestro di tattiche parlamentari, usava espressioni simili, tanto è vero che col Connubio passò, per fare l'Italia, da una coalizione di "Centro-Destro" (come allora si diceva) a una di "Centro-Sinistro", comprendendo così nella maggioranza di Governo anche i liberali progressisti Angelo Brofferio e Lorenzo Valerio.

Ma secondo me qui Croce escludendo che un partito liberale possa essere di Destra o di Sinistra, come credo anch'io nel mio piccolo, prende i due termini soltanto come sinonimi di conservazione e progresso, cioè concede al modo giornalistico e parlamentare di esprimersi. Perché filosoficamente e politologicamente sapeva benissimo che "Destra" e "Sinistra" sono categorie indefinibili, e infatti storicamente hanno contenuto tutto e il suo contrario.

E allora? La trovo una concessione linguistica alla lotta politica di quegli anni. Il grande intellettuale, forse il maggiore che l’Italia ha avuto nel Novecento, non solo per influenza culturale, ma anche per la vastità e l’eclettismo dei suoi interessi, era pur sempre catalogato da politici e giornalisti come “filosofo”, si sa, con la testa nelle nubi della Teoria: voleva, perciò, in questa lettera far vedere di parlare il linguaggio "di tutti", di essere "pratico". Come infatti era, anche.

Ma vi confesso che personalmente avrei preferito che il grande Croce non avesse nobilitato citandole queste tre parole senza senso politologico e filosofico: Destra, Sinistra e Centro (a proposito, io le scrivo con l’iniziale maiuscola, ma al tempo di Croce si scrivevano, come del resto la parola Governo, secondo me erroneamente, con l’iniziale minuscola, come se si trattasse di nomi generici!). Avrei preferito che si fosse limitato a parlare di progresso, di conservazione e di necessaria alternanza o compresenza dei due eterni momenti della vita sociale e politica.

AGGIORNATO IL 12 AGOSTO 2014


27 ottobre 2013

 

No alla presentazione in più collegi, sì ai voti di preferenza, no al presidenzialismo nascosto.

«Una legge elettorale che già alla chiusura dei seggi indichi a tutti chiaramente quale sarà il Governo». Detta così, sembrerebbe un obiettivo di buonsenso, condivisibile da tutti. Una cosa chiara, innanzitutto, perché questo “pensiero” di Renzi è tra le poche cose esplicitate senza ambiguità del suo vuoto e facile eloquio da “venditore porta a porta”, fatto di battute, accattivanti sorrisetti e giochi di parole.

Ma così non è. In realtà, fa notare Ghersi, si metterebbe ancor più nell’angolo il Parlamento, e con esso la volontà popolare. E il progetto sembra più pericoloso in quanto oggi condiviso anche da molti altri a Destra e Sinistra, tra politici, commentatori e giornalisti (infatti, sbaglia anche il “liberale” Panebianco). La conseguenza certa sarebbe un Parlamento umiliato, dove più nessun parlamentare oserebbe, vorrebbe o potrebbe votare in dissenso dal proprio Partito, cosa inconcepibile per uno Stato Liberale.

Altro che semplice bipolarismo, che pure tanti mali ha fatto e sta facendo, poiché diseduca ancor più gli Italiani, già diseducati al ragionamento, alla logica e alla Politica, in eterni tifosi-bambini d’una squadra di football! Qui si vuole andare oltre, verso un sistema elettorale che per funzionare avrebbe bisogno addirittura di un’Italia “presidenziale”, monocratica e super-decisionista, ancor meno liberale e ancor più populistica di quella attuale, per la quale occorrerebbe uno stravolgimento della I Parte della Costituzione.

Una cosa grave, mai fatta da nessun legislatore. Tra l’altro, sarebbe un obiettivo che non si realizza neanche in Germania, in Gran Bretagna o in Francia, i nostri possibili “modelli”, e che sarebbe davvero un brutto segno se si realizzasse solo in Italia. Guarda caso, dopo il ventennio populista berlusconiano. Siamo d’accordo, perciò, con l’articolo di Ghersi: la democrazia autenticamente liberale non può prescindere dal Parlamento e da sistemi di rappresentanza sufficientemente proporzionali. E riteniamo i progetti presidenzialisti o cripto-presidenzialisti addirittura pericolosi per la democrazia liberale in Italia. E siamo d’accordo anche sui rimedi all’attuale legge elettorale, come l’elezione in base solo alle preferenze ottenute e il divieto di candidarsi in più di tre circoscrizioni o in più collegi.
NICO VALERIO

 

Se chiedeste ad un liberale genuino di addurre un esempio recente di funzionamento liberale delle Istituzioni rappresentative, è probabile che vi parlerebbe del Regno Unito. Il 29 agosto 2013 il Primo Ministro David Cameron sostenne in Parlamento le ragioni di un intervento armato in Siria, al fianco degli Stati Uniti, ma la mozione parlamentare che si riconosceva nel punto di vista espresso dal Primo Ministro fu respinta con il voto di 285 deputati contro 272.

Si trattò di un voto con effetti di grande rilevanza: Cameron si sottomise, come era ovvio, al pronunciamento del Parlamento; il Presidente degli Stati Uniti, Obama, privato dell'appoggio del più naturale alleato, dovette, a sua volta, chiedere il pronunciamento del Congresso degli Stati Uniti; alla fine l'intervento armato in Siria fu bloccato, almeno temporaneamente.

Trenta parlamentari conservatori e nove parlamentari liberal-democratici, tutti in teoria facenti parte della maggioranza che esprime Cameron, in quell'occasione votarono in modo difforme rispetto ai partiti di appartenenza. Per un liberale genuino, quei trentanove "ribelli", a prescindere dalle loro caratteristiche soggettive, hanno appunto incarnato l'essenza di ciò che è, di ciò che deve essere, un libero Parlamento. Di fonte ad una questione fondamentale, come è quella di decidere se entrare o meno in guerra, si decide secondo coscienza. Non ci sono governi, o maggioranze, che tengano. Poi la successiva "carriera" politica può pure andare a ramengo; ma qui ed ora si vota secondo la scelta che si ritiene migliore nell'interesse del Paese che si sta servendo a livello istituzionale.

Perché ci sia un libero Parlamento, quindi perché le esigenze della libertà, nei momenti cruciali, possano prevalere nelle decisioni delle Istituzioni rappresentative, deve sussistere una condizione necessaria: i parlamentari devono essere effettivamente "rappresentanti" delle comunità locali che li esprimono. Per dirla con parole diverse, devono essere liberamente eletti e sapere di dover la propria elezione ad elettori in carne ed ossa, con bisogni ed aspettative reali, che possono variare da una zona geografica ad un'altra.

Rispetto alla sciagurata legge elettorale di cui oggi disponiamo in Italia – legge, si ricordi, approvata mentre governava Berlusconi e modellata dal sedicente esperto Calderoli – il primo scandalo da rimuovere dovrebbe essere quello di impedire che, in futuro, i deputati ed i senatori continuino ad essere, non eletti, ma "nominati" dai vertici dei partiti. Questo è il vero scandalo contro la democrazia rappresentativa e contro il liberalismo (quello vero); è esattamente per questa ragione che l'Italia deve vergognarsi della legge 21 dicembre 2005, n. 270.

I rimedi sono facili e perfettamente noti agli autentici esperti di legislazione elettorale: nessuno può candidarsi in più di tre circoscrizioni, pena la nullità dell'elezione. Oppure, nel caso si passi dal sistema delle liste circoscrizionali a quello dei collegi uninominali: nessuno può candidarsi in più di un collegio, pena la nullità dell'elezione.

Dopodiché l'elezione deve collegarsi ad un consenso effettivamente manifestato dal Corpo elettorale nei confronti del singolo candidato proclamato eletto. Ciò significa che, se restano le liste circoscrizionali, i candidati devono essere eletti in base ai voti di preferenza ottenuti e non secondo l'ordine di presentazione nella lista. Quindi, bisogna introdurre la possibilità di esprimere preferenze. Se si passa ai collegi uninominali, poiché in ogni collegio viene eletto un solo candidato, quello più votato, si presume che il Corpo elettorale scelga la persona che appare idonea a rappresentare al meglio la comunità locale, non un deficiente che ha lo stesso ruolo del cavallo nominato senatore da Caligola.

Il fatto è che le esigenze della democrazia rappresentativa e del liberalismo (quello vero) oggi si sono smarrite. L'aspirante leader del Partito Democratico, Matteo Renzi, dispensa perle di saggezza: «Sento una gran voglia di proporzionale nei partiti, ma noi quella voglia gliela facciamo passare». Si noti bene che qui il bersaglio polemico non è la legge elettorale vigente, ma una sua eventuale modifica che, rendendo eventuale l'attribuzione del premio di maggioranza, finisse per determinare una rappresentanza espressa soltanto con il criterio proporzionale (ossia, traduciamo per gli sprovveduti, in misura esattamente corrispondente ai voti ottenuti da ciascun partito in ambito nazionale).

Cosa significa auspicare una legge elettorale che, a poche ore di distanza dalla chiusura dei seggi, consenta di conoscere chi ha vinto e chi ha perso? Prendiamo i tre più noti sistemi elettorali europei: quello inglese, quello tedesco, quello francese. Molto diversi fra loro; ma in una cosa coincidenti: nessuno è capace di realizzare quanto richiesto dal Renzi-pensiero. In Germania, col sistema proporzionale corretto da una soglia di sbarramento, occorrerà arrivare ad una coalizione fra le forze politiche che hanno ottenuto maggiore consenso (CDU e CSU in Baviera) ed un partito d'opposizione (nella circostanza, il SPD, ossia i socialdemocratici). Nel Regno Unito, dove c'è il sistema maggioritario puro con i collegi uninominali, si è dovuta fare una coalizione fra il partito di maggioranza relativa (i conservatori) ed il partito dei liberal-democratici. Il sistema francese, semipresidenziale sul piano costituzionale e con una legge elettorale a doppio turno di collegio, al momento vede una maggioranza parlamentare dello stesso indirizzo politico del Presidente della Repubblica, ma è possibile che, durante il medesimo mandato presidenziale, si arrivi ad una coabitazione con una maggioranza parlamentare di segno diverso. Come in Francia è successo più volte in passato.

Il "Sindaco d'Italia" che Renzi auspica non è compatibile con l'attuale Forma di governo parlamentare. Di conseguenza, Renzi dovrebbe essere coerente e dichiarare di essere assertore di una modifica della Costituzione in senso presidenziale. Il "Sindaco d'Italia", per poter effettivamente governare come vuole, dovrebbe contare su una maggioranza parlamentare garantita "per legge". Ossia Renzi auspica una concentrazione del potere (i liberali, invece, vogliono sempre la separazione e la distinzione fra i poteri), con il Parlamento ridotto ad un'appendice del Governo. Peggio di come avviene oggi, di fatto (ma non secondo Costituzione); esattamente come avviene nelle Regioni, in cui il Consiglio regionale è legato alla persona fisica del Presidente della Regione. In conclusione, questo Renzi-pensiero si conferma un po' deboluccio, o pericoloso, secondo i punti di vista.

Angelo Panebianco, nel consueto editoriale nel quotidiano "Corriere della Sera" (edizione del 27 ottobre 2013) ci mette in guardia da "riforme ed inganni" inerenti ad un'eventuale modifica della legge elettorale. Il non detto è chiaro quanto ciò che si legge: meglio la legge elettorale vigente, che, almeno, ha una logica maggioritaria.

Viene davvero malinconia a pensare che questi, Renzi, Panebianco, sarebbero i migliori progressisti e riformatori di cui oggi l'Italia dispone. Non a caso concordanti, nel voler lasciare nell'immediato la legge elettorale così com'è, con Berlusconi e Beppe Grillo: ossia con coloro che, per ragioni diverse, vogliono continuare ad avere l'opportunità di nominare uno per uno i propri parlamentari.
LIVIO GHERSI


9 ottobre 2013

 

Bipolarismo (e promesse da marinaio) vera causa dello stallo politico. Ma forse la Corte...

Dopo l’auspicio della repubblicana Roberta Culiersi e l’intervento di Nico Valerio (v. articolo precedente), l’avv. Enzo Palumbo, già presidente del Partito Liberale, introduce nel dibattito nuovi e interessanti elementi sul ruolo e le possibilità pratiche che i Liberali, intesi nel senso più lato, potranno avere nel dopo-Berlusconi.

Caro Nico, Ti ringrazio per avermi segnalato il Tuo articolo, nel quale hai avuto la cortesia di citarmi, assieme al comune amico Salvatore Buccheri, ed in termini che mi sono sembrati assolutamente appropriati; lo considero un cortese espediente per indurmi ad intervenire con un commento, e non mi sottraggo.

Il discorso di fondo è quello di sempre, che è poi la tesi di Roberta ed anche la ragion d’essere di Liberali Italiani, su cui hai pubblicato il Tuo articolo: i liberali coi liberali, e, logicamente, anche i popolari coi popolari ed i socialisti coi socialisti.

Sulla sconfortante diagnosi dell’attualità non ho difficoltà a concordare, ma trovo che all’origine delle mutazioni genetiche della cosiddetta Seconda Repubblica non ci sia tanto il c.d. “berlusconismo”, che semmai ne è una conseguenza, quanto piuttosto il “bipolarismo”, che nasce dalle macerie della prima Repubblica e sulla convinzione che fosse necessario cercare una scorciatoia per transitare velocemente alla democrazia dell’alternanza, il che ha inevitabilmente provocato una diversa strutturazione del sistema politico.

L’ipotesi che stava alla base della riforma elettorale del 1993 era che, sotto la spinta di una legge tendenzialmente bipolare se non ancora bipartitica, i protagonisti della Prima Repubblica si sarebbero via via accorpati in ragione della loro pregressa affinità ideologica e della prospettiva di comuni obiettivi; e così, per stare al nostro caso, i liberali si sarebbero uniti ai repubblicani, e poi ai radicali ed ai laici in genere; analogamente avrebbero fatto a loro volta i socialisti delle varie confessioni, prima tra di loro e poi coi postcomunisti divenuti anch’essi socialisti; ed a quel punto anche i postdemocristiani avrebbero per necessità subìto un processo di forte omologazione tra le tante correnti che li avevano in passato divisi e si sarebbero omologati in tutto ai popolari europei.

Alla luce dei fatti, oggi possiamo concludere che quel progetto era sbagliato o comunque è fallito, il che poi è la stessa cosa: piuttosto che l’unione di ciascuna cultura politica, il bipolarismo ne ha provocato la divisione ed addirittura la frammentazione, mentre la ricomposizione necessitata dal bipolarismo è avvenuta secondo una logica che non era più quella della rappresentanza degli interessi della propria area politica, ma piuttosto quella dell’ostilità verso gli altri, e, nell’un campo come nell’altro, sotto l’alibi costituito dal “programmismo”, quasi sempre fantasioso e velleitario, in un crescendo di promesse che ciascun soggetto politico pensa di potere impunemente fare, anche se non ha la più pallida idea circa la loro intima coerenza e la loro concreta praticabilità.

Ciò che prima era unito sulla base di una comune concezione della società, si è scomposto nelle sue diverse anime e si è poi ricomposto secondo una logica che non è più quella della rappresentanza (con le sue regole naturali, alle quali ciascun elettore prestava quasi naturale consenso in relazione alle convinzioni che nascevano dalla sua personale formazione culturale), ma piuttosto secondo la logica del “programmismo” (la cui unica regola è stata quella della cattura occasionale del consenso per la conquista del potere, o, se si vuole, per impedirne la conquista agli avversari divenuti nemici).

La proposta politica è quindi totalmente cambiata: all’affermazione “io sono” (che consentiva una valutazione sulla credibilità e coerenza rispetto ai comportamenti del passato ed alla credibilità per il futuro), si è sostituita l’affermazione “io propongo” (che obbliga ad una scommessa al buio sul futuro), e su questo nuovo scenario si è costruita la cattedrale delle aspettative, quasi sempre deluse perché basate su promesse impossibili da mantenere.

Sulla scia del “programmismo”, a seguire, sono venuti gli altri “ismi” tipici della seconda repubblica, che hanno malamente sostituito quelli ideologici della prima: il leaderismo (con compiti di supplenza rispetto alla mancanza di idealità), il populismo (che ne è il naturale corollario), il trasformismo (prima assolutamente residuale), il bellicismo (con l’avversario trasformato in nemico), l’estremismo (per restare sempre in sovraesposizione), il giustificazionismo per i propri sodali (sulla base del noto aforisma di Roosevelt riferito al dittatore nicaraguense Noriega: “sarà pure un figlio di p. ma è il nostro figlio di p.”).

Berlusconi è stato il più lesto di tutti a capire ciò che stava accadendo, e si è subito sintonizzato sul nuovo spartito, mentre gli altri ci hanno messo un po’ di più, anche se non ci sono riusciti del tutto, perché quelle caratteristiche della nuova stagione politica, che in Italia sono sempre state connaturali alla destra, hanno trovato una sinistra ontologicamente refrattaria, sino al punto da favorire la nascita, proprio nella sua area, dell’ennesimo “ismo” che tutti li riassume: il “grillismo”.

Se il bipolarismo, come io credo, è all’origine della malattia della nostra democrazia, è qui, sulla causa e non sui suoi effetti, che si deve intervenire per imboccare la strada della guarigione.

Il fatto si è che ogni mutazione del sistema elettorale provoca una corrispondente mutazione nel comportamento degli elettori: la stessa persona, nelle medesime circostanze di tempo e di luogo, vota in maniera diversa a seconda che ci sia un sistema elettorale piuttosto che un altro.

E trovo abbastanza naturale che gli attuali protagonisti della politica, che sono nati dal bipolarismo, siano naturalmente portati a preservarlo, in una forma o nell’altra; e, se così sarà, resta un pio desiderio ogni ottimismo sulla prospettiva delle convergenze ideologiche auspicate da Roberta.

A meno che, la Corte Costituzionale, che lo scorso anno ha salvato questa schifosa legge elettorale dalla tagliola referendaria, non si decida questa volta a fare il suo lavoro, accogliendo la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Cassazione su istanza di un gruppo di cittadini, il cui primo firmatario, guarda caso, porta il nome di Aldo Bozzi, omonimo del suo avo tanto caro ai liberali d’antan come me, e così mandando al macero il premio di maggioranza, se non anche le liste bloccate, come pure sarebbe auspicabile.

Ne risulterebbe in tal caso un sistema proporzionale con soglia al 4%, un po’ come in Germania (soglia al 5%) o in Austria (soglia al 4%), che per i liberali è obiettivo difficile ma non impossibile, talvolta centrato (come per il NEOS in Austria), talaltra no (come da ultimo per la FDP in Germania), e così anche propiziando ciò che anche in Italia l’ALDE sta tentando di fare.

Solo a quel punto, tutto sarà possibile, anche che i liberali, quelli nuovi più facilmente che quelli della diaspora, si ritrovino insieme, e che la stessa cosa facciano i popolari ed i socialisti. E, se così non sarà, il nostro sogno, quello di Roberta, il Tuo ed il mio, resterà tale, e ci risveglieremo, magari ritrovandoci con qualche “ismo” in più!
ENZO PALUMBO


7 ottobre 2013

 

Dopo Berlusconi. Sicuri che il berlusconismo non ha fatto danni e che i liberali sono pronti?

«Sorrido nel vedere figli e figliastri di Berlusconi dimenarsi per raccogliere l'eredità di un centro-destra che non esisterà più. Berlusconi era “il” centro-destra. Berlusconi era “il” bipolarismo. Senza di lui niente sarà più come prima, si rassegnino». Così la volitiva salentina Roberta Culiersi, repubblicana con passione, su Facebook. E prosegue in vari post: «Sono straconvinta che quest'Italia, passata la sbornia berlusconiana, guarirà dal disturbo bipolare. E che le prossime partite si giocheranno secondo lo schema europeo: popolari, socialdemocratici, liberaldemocratici. E che in area Lib-dem ci possano essere delle sorprese: le teste ci sono, e sono tra le migliori in Italia. Lealtà e competenza le uniranno, le stanno già unendo». E in quanto a popolari e socialisti? «Si riuniranno e poi si scanneranno. E i liberaldemocratici faranno da cerniera. E saranno determinanti, per molto tempo. Dopodiché i tempi saranno maturi. Per il primo Governo liberaldemocratico della storia d'Italia».

Cara Roberta, spero che tu abbia anche doti di porta-fortuna, ma la Ragione purtroppo non è con te. Ho appena finito di dire agli amici liberali d.o.c. Salvatore Buccheri ed Enzo Palumbo (appena dimessisi dal piccolissimo Partito Liberale, «perché stanchi di fare solo testimonianza» e niente attività politica, dietro quella che io ho sempre definito solo una icona ormai impossibile da usarsi nella politica italiana), che non vedo all'orizzonte un nuovo grande soggetto liberaldemocratico di tipo europeo.

Come mai? Perché non mi sembra proprio che vogliano riunificarsi contemporaneamente anche i socialdemocratici e i cattolici (o popolari o conservatori, o come altro si vogliano chiamare). Tanto che per paradosso chi volesse aiutare una sola di queste tre grandi opzioni ideologiche, farebbe prima a cercare di facilitare le altre due. Perché tutte e tre si tengono. Quindi una triplice fatica: roba da Ercole.

Questo, senza neanche accennare al secondo e grave motivo ostativo: la famigerata litigiosità interna tra liberali, repubblicani e radicali, riflesso dell’inadeguatezza assoluta delle classi dirigenti laiche e della media borghesia italiana degli ultimi decenni. Come mai, infatti, i liberal-democratici non si sono mai uniti in Italia, neanche quando dovevano fare fronte comune contro fascisti, clericali e comunisti, ma erano divisi polemicamente in liberali, repubblicani, liberali cattolici e radicali?

Nulla sarà come prima? Sì, ma in che senso? Ricordiamoci (per averlo letto sui libri) del dopo-Fascismo. Ecco, siamo ad una situazione analoga, in piccolo, ma molto diversa. Cioè i danni del berlusconismo non si esauriscono con la morte politica (annunciata e non certo reale, attenti) del Grande Venditore di Pentole fallate. Il berlusconismo ha ormai inficiato Destra, Centro e Sinistra. Già faziosi per DNA psico-sociale (cfr. Dante ecc.) gli Italiani si sono buttati a pesce sui capi-popolo carismatici. Per loro oggi la politica è come Inter-Milan o Roma-Lazio, cioè il Bene contro il Male. E servono non imbonitori da fiera che ci illudano, ma antipatiche Cassandre, cioè psicologi bravi e politici colti e realisti, che prevedano i lenti movimenti delle convinzioni delle masse italiche. Ed è difficile per i pigri laici rieducare queste masse italiche ottusamente conservatrici alla politica normale europea, quella delle idee: liberali contro socialisti contro cattolici-popolari-conservatori. Anzi, attenti, ogni volta che noi parliamo male della classe politica, la gente capisce (perché glielo hanno detto i Berlusconi e i Veltroni, i primi convinti interpreti del bipolarismo senza idee) che “la colpa è delle Ideologie”, cioè dei partiti con idee. Quindi anche colpa nostra, dei Liberali. E no, non è vero: sarebbe un effetto paradossale e ingiusto.

Dobbiamo, invece, far capire che la colpa è solo della gente: non sa, non si interessa, non capisce i messaggi, non legge i giornali, insomma non sa usare lo strumento democratico del voto, non sa scegliere. Ci risiamo: basta un capo-popolo qualunque che dica due sciocchezze estreme recitando come un guitto che subito l’Italiano-medio cala le brache: Mussolini, Giannini, Bossi, Grillo... Senso critico dell’italiano-medio? Pari a zero: la stragrande maggioranza non riesce proprio a discriminare tra i politicante buffone o arrivista e il politico serio e responsabile.

Un commentatore a questo punto mi oppone: «Ma il dopo Fascismo ha portato Einaudi, De Gasperi ed il boom economico. Temo che questa volta non saremo così "fortunati"».

Certo, ma io parlavo solo dei danni morali. I "miei" Croce ed Einaudi, i nostri Salvemini e La Malfa, i loro De Gasperi, per fortuna erano lì, uomini giusti nel momento giusto. E c'era stata una dura guerra, come si sa, catartica, da cui si può solo rinascere, con una società anche anagraficamente diversa. Oggi ci sono lentissimi movimenti, invece, e prima il lassismo DC-PCI nella scuola, poi la TV asservita a DC e a Berlusconi, hanno lasciato la gente nell'ignoranza e nel conformismo impedendo con la diffusione dello spirito critico la nascita di una nuova classe dirigente. Colpa dei borghesi, della classe media, della “gente”, che avendo in schifo la politica non è entrata nei Partiti per migliorarli. Invece, ai tempi di Einaudi e De Gasperi la borghesia pensava, eccome, all'Italia e alla politica sociale (Olivetti, Mattioli, p.es.). Oggi quella orribile classe media che abbiamo pensa solo a se stessa, ai piccoli e meschini vantaggi, a come aggirare leggi e divieti, alle presentazioni e raccomandazioni. Nessun ideale: “O Franza o Spagna, purché se magna”  (leggi: incarichi, commesse, cooptazioni in consigli di amministrazione, lucrose e immeritate carriere accademiche o giornalistiche, consulenze, affari, speculazioni. Quando non corruzione aperta e ladrocinii veri e propri). Nessun merito, solo furbizia, illegalità e prepotenza. La famosa morale laica, per cui un tempo liberali e repubblicani erano famosi, se n’è andata. Come se tutti fossero stati trasformati di colpo in piccoli commercianti avidi e imbroglioni d’un suk arabo. Ecco la differenza.

Dimenticavo il mio solito “in cauda venenum”: tra gli errori disastrosi della gente oggi, che mi fanno disperare (pessimismo della ragione che supera alle volte l'ottimismo della volontà) c'è un dato gravissimo e deprimente: i nostri rispettivi partiti laicisti sono slabbrati, senza idee, senza identità, e quindi in mano a persone di secondo o terzo piano, per lo più "provinciali" e sottoculturali: i liberali non sono più davvero liberali ma solo liberisti, i repubblicani sono diventati solo conservatori, i socialisti addirittura di Destra, i radicali settari dediti a un capo carismatico istrione. E questi sarebbero i nostri punti di partenza? Ma se Pannunzio, Einaudi, Croce, La Malfa, Calogero, Ernesto Rossi, Salvemini, ecc. risorgessero, imprecherebbero contro di noi, prima ancora che contro gli avversari. Siamo noi i nostri primi nemici di noi stessi. Suvvia... Perciò dico che il berlusconismo ci ha già irrimediabilmente cambiato. E dopo il decadimento politico, economico e morale, ci vorranno decenni di rieducazione laico-liberale di giovani e vecchi per risollevarsi...

AGGIORNATO IL 13 OTTOBRE 2013


22 settembre 2013

 

Decadenza dei “liberali doc” (all’italiana), non certo del Liberalismo. Non hanno le idee chiare.

Mentre ieri partecipavo al Consiglio Nazionale del piccolo Partito Liberale, prendevo qualche appunto disordinato, che riporto qui senza preoccuparmi di evitare ripetizioni e passaggi bruschi, e avendo eliminato solo qualche errore più grossolano di lingua:

Appunti:

Delusione al Consiglio Nazionale del Partito Liberale, negli ultimi anni sopravvissuto dignitosamente al disastroso bipolarismo personalistico Destra-Sinistra, almeno a livello di idee, come semplice icona (perché in pratica non fa nulla, e nulla del resto potrebbe fare, vista la scarsità e mediocrità dei “liberali” oggi e la politica populistica e carismatica all'italiana iniziata da Berlusconi, che consacra i suoi personaggi nei talk show in Tv...).

Nonostante che siano ufficialmente terzi tra i due schieramenti e distribuiscano giustamente critiche agli uni e agli altri, sono ormai anche loro rovinati dalla becera sottocultura berlusconiana, tanto che, p.es., molti consiglieri hanno proposto ieri di allearsi, sia pure conservando l'autonomia, con il Centro-Destra, e hanno tirato in ballo ancora oggi espressioni tipiche degli anni 70, come i "catto-comunisti" (oggi inesistenti: i cattolici PD sono semmai catto-conservatori appena un poco statalisti, ma come qualsiasi socialdemocratico, nulla più).

In più questi sedicenti “liberali doc”, che sono ottusamente convinti di essere gli unici liberali in Italia (proprio ora che quasi tutti sono liberali, alcuni senza saperlo, ma altri con grande cultura e competenza, pur provenendo da altri lidi), risultano paradossalmente i più conservatori e ristretti di idee tra i liberali. Poco aggiornati. Per esempio, si appiattiscono sulle tasse e si identificano nell'industria e commercio (l’offerta), ignorando i diritti dei cittadini acquirenti e utenti (la domanda, fondamentale elemento del mercato davvero libero, come diceva Einaudi). Insomma, negli ultimi anni anche la base del PLI si è immiserita e spostata a Destra, ripetendo luoghi comuni populistici ed elettorali cari a Forza Italia.

Peccato. Così tradiscono le Tradizioni e la dottrina politologica. E dire che neanche il liberal-conservatore Malagodi, ripetutamente invitato dal Vaticano e da Andreotti, accettò mai di allearsi con la Destra d'allora, il Msi.

Si è volato troppo alto? Non alto ma distante. In realtà si è volato basso. Ho sentito discorsi qualunquisti e semplicioni (davvero conservatori) da "bar dello sport di Vicenza". Il non considerare la realtà e i complessi meccanismi psicologici e di comunicazione non è volare alto, ma non capire. Sia De Luca (meno), sia i suoi critici (di più), si illudevano che con un logo virtuale come PLI (la cui platea è spesso la stessa dei berluskones e una parte della base vota spesso anche per il PDL...) si potesse fare qualcosa oltre la pura testimonianza.

E poi ideuzze chiuse da conservatori anche nel segretario De Luca, in precedenza più illuminato (in gioventù era stato addirittura gobettiano). P.es. no a tasse più alte sui redditi più alti, critiche alla brava presidente della Camera, la Boldrini, critiche ai giudici. Del resto, il “partito degli avvocati” attraversa tutto il Centro-Destra e comprende anche Radicali, Liberali e Repubblicani, anche questi ultimi – lontani i tempi gloriosi di La Malfa – ormai irrimediabilmente “di Destra”.

Ma soprattutto, dopo tanti anni di studi e precisazioni da parte dei grandi pensatori liberali, ancora si cade nell'equivoco sottoculturale comune a Destra e Sinistra di confondere il Liberalismo col solo Liberismo economico. Tesi smentita dai testi e dalla dottrina, proprio da studiosi italiani ed europei. Cosetta facile facile, che sapevo già a 16 anni, mentre al Consiglio ho sentito quarantenni che organizzano addirittura Scuole di Liberalismo (!) che ancora cadono in questo grave errore concettuale! E poi ce l’hanno pure col laicismo. Sono i catto-liberisti...

E tutti si ostinano nella vecchia politica fatta dall'alto, con alleanze, fusioni ecc. Ora sembra rintuzzata la proposta di farsi assorbire dallo sconosciutissimo MIR (“Moderati in Rivoluzione”: tanto per dar ragione a Freud sui soggetti che amano i giochi di parole…) di un industriale, tale Samorì, di cui non è nota una sola idea, una sola frase concettuale sul Liberalismo, ma solo che ha molti soldi. Per fortuna il Consiglio ha bocciato la alleanza o fusione con l’ennesimo emulo di Berlusconi che “scende in politica”.

E poi basta con i giochini dall’alto: magari due o tre persone chiuse in una stanza. No, la politica si fa iniziando dal basso, cioè dalle piazze, dai tavolini in strada, dai comitati di quartiere o per i consumatori. Ma per una "ideologia" complessa e poco italiana come quella liberale la cultura e la storia sono fondamentali come per nessuna altra. Quindi necessità anche di corsi, conferenze, scuole, web, Fondazioni ecc. Consiglio che diamo da molti anni, ma niente: non ci sentono. Una caparbietà e ottusità unica. Un corpo più lento, sottoculturale, provinciale e inadeguato di prima, quello che ho visto ieri al Consiglio.

Inoltre i cosiddetti laici (repubblicani e liberali doc), ormai sono auto-referenziali e non fanno più propaganda. La gente per loro è un intralcio: per loro la politica inizia e finisce nei giochetti e trucchi tra di loro in Parlamento o nei Consigli locali. Altro errore.

E poi questi “Liberali doc” non si sono accorti che oggi, dopo la fine ingloriosa di Fascismo e Comunismo essendo nel frattempo tutti diventati liberali, perfino molti a Destra e a Sinistra (anche se lo negano), tanto che scientificamente, manuali alla mano, si potrebbe dire che esistono molti liberali (non liberisti) perfino in SEL, il che è tutto dire, è diventato o impossibile o difficilissimo per un partitino farsi notare diffondendo un messaggio che non è più originale, ma che ormai tutti accettano di buon grado o malvolentieri. Basti pensare che nel PD, a stretto rigore di testi politologici, si fronteggiano liberali cattolici di centro, liberali laici di centro e di sinistra e veri e propri socialdemocratici (pochi, curiosamente); mentre la stessa SEL (altro che "comunisti"…) non va oltre una normale socialdemocrazia.

Ecco perché nessuna persona famosa, di successo, ambiziosa e intelligente si presenterà mai con i Repubblicani e i Liberali, ma solo mezze figure che non hanno niente da perdere o professionisti (avvocati, giornalisti ecc) che fanno altri per vivere e usano la politica come fiore all’occhiello per distinguersi. Quindi un grave deficit culturale, ideologico e psicologico.

Il pericolo reale per l’immediato futuro è che con una segreteria politica Guzzanti e con De Luca auto-esiliatosi presidente del partito, il PLI entri nel Centro-Destra, come ha anticipato lo stesso De Luca nella relazione che ha aperto i lavori. Proprio quella Destra che ha ingannato e umiliato gli Italiani e i liberali in particolare. In tal caso sarà asservito perfino il nome del partito dei Liberali italiani. E noi che finora abbiamo cercato di “ridurre i danni” ce ne andremo, definitivamente.

Se dunque i cosiddetti "liberali doc" non sono neanche davvero compiutamente liberali, che ci possiamo aspettare? Che abbiano anche la determinazione necessaria alla propaganda e all’organizzazione che avevano i vecchi liberali appassionati del Risorgimento, che questi gravi errori ideologici non li facevano? No di certo.

Altro che “liberali doc”. Altro che consuete lamentele, come “ci impediscono di andare in tv”, “non abbiamo soldi” ecc. Se perfino il simbolico PLI, che doveva fare solo il dignitoso simbolo, continua così, cioè si comporta con tutti i vizi dei partiti veri, ovvero non impara a educare la gente – a  cominciare dalla propria base – su che cosa è davvero il Liberalismo (penso anche a certe lezioni delle varie “Scuole di Liberalismo”, e mai come in questo caso le virgolette sono necessarie…), se non si apre a settori nuovi e più intelligenti, se non rinnova in profondità la propria dirigenza media, già dal prossimo Congresso sarà fagocitato dalla Destra becera e populista dei berlusconiani, che lo esporranno come trofeo, a riprova del loro tasso di “liberalismo”.

Ma chi rappresenta oggi il PLI? Già ai tempi di Malagodi non rappresentava tutto il Liberalismo esteso, che spesso era rappresentato più dai cugini Repubblicani. A sentire le idee espresse ieri, già ora è meno rappresentativo del Liberalismo di qualsiasi altro partito italiano, compreso quel PD che nonostante il catto-conservatorismo di molti suoi esponenti, non di rado attraverso altri suoi esponenti ha dato in materia qualche piccola “lezione”.

Del resto, è già successo a francesi, inglesi e americani. La loro liberal-democrazia ha vinto e si è diffusa quasi ovunque nel mondo, spesso con metodi discutibili, è vero: ma ora di tanto in tanto si alza col dito puntato qualche novellino dal Primo, Secondo o Terzo Mondo che fa loro notare nel loro comportamento qualcosa di illiberale… Chi semina si aspetti che l’albero cresca: ma qualche ramo gli può cascare in testa. Così va il mondo. Senonché, Liberali e Repubblicani italiani, neanche hanno seminato. Perciò non gli cadranno in testa i rami altrui. Ma vorrà dire che i pochi alberi liberali spuntati in Italia saranno nati da semi portati dal vento o dagli uccelli. 


9 maggio 2012

 

Splendida la “novità” del liberalismo sociale. Ma la pratica coerente, e un soggetto liberale?

Il bellissimo dibattito degli studiosi Di Nuoscio e Ocone sul liberalismo di Einaudi (visto anche dalla parte di un crociano, come Ocone), a partire dall’articolo einaudiano “La bellezza della lotta”, va assolutamente seguito dai lettori nelle registrazioni video (riportate nel colonnino) e nel nostro lungo e particolareggiato commento-recensione sul Salon Voltaire, se vogliono capire il resto del discorso che si tiene qui. Il convegno, certo, ha svelato un Liberalismo inconsueto, a dar retta alla banale e riduttiva vulgata di molti sedicenti “liberali”. Senonché il diagramma del dibattito ha avuto un’improvvisa impennata che ha fatto balzare in alto anche il cardiogramma degli ascoltatori più attenti. E’ accaduto quando Ocone ha disquisito sul termine “verità”, usato da Einaudi in risposta al filosofo Rensi. “Verità” in casa liberale? Ohibò, ci siamo detti in molti. Ed era stato lo stesso padre Einaudi a scriverla. Ma poi si è capita la accezione laterale, contraddittoria e paradossale data da Einaudi al termine, per di più in risposta ad una “verità” filosofica sicuramente tirata in ballo dal Rensi.

La cosa non è passata inosservata neanche alle orecchie di Morelli che proprio su questo termine contraddittorio e difficilmente maneggevole per un liberale ha inviato sul punto una nota puntigliosa e secondo noi molto utile al dibattito liberale. Nell’ultima parte, poi, la nota abbandona il tema e si dedica al “che fare” hic et nunc. Morelli, come al solito, tira le orecchie alla cultura e ai politici liberali, capaci di pensiero, forse, ma incapaci di azione. I liberali, se e quando si ricordano di scendere dall’empireo della teoria, sono pregati per favore di ricercare in coerenza con le proprie dibattute asserzioni qualcosa che assomigli ad un soggetto pratico, politicamente spendibile. Altrimenti, pare voler dire, tutti i voli pindarici sono possibili e “resta in sospeso il reale problema politico italiano”, lamenta Morelli, che è il vuoto di presenza liberale nella realtà politica in Italia. La nota-commento è riportata qui di seguito, e non sotto l’articolo citato, perché più lunga di quanto consente Blogger (NV):

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“Non so se la cronaca del dibattito promosso dai Radicali sulla bellezza della lotta sia fedele all'originale (e neppure  se a breve troverò il tempo di riascoltarlo) ma quanto scrivi è di per sé chiaro, penetrante e davvero funzionale al diffondere le idee liberali per come sono. Sempre utile, oggi è urgente in Italia. E' auspicabile che tantissimi liberali si comportino con il tuo impegno e la tua passione nel far vivere l'approccio metodologico liberale.

Siccome, coerenti con il liberalismo, dobbiamo sempre esercitare il senso critico così da cercare di corrispondere al reale, in quanto scrivi trovo comunque un passaggio contraddittorio con il quadro complessivo (che ti propongo di superare), una osservazione corretta ma da precisare (per impedire interpretazioni fuorvianti) ed una conclusione che non si conclude.

Il passaggio contraddittorio è quello sullo "Stato liberale “senza idee proprie”, secondo una vulgata diffusissima ma erratissima – a nostro parere – perfino tra liberali, quasi che lo Stato liberale fosse solo un mero contenitore, un campo di calcio senza propri giocatori, e i liberali fossero solo degli arbitri, destinati a perdere in ogni caso la partita, quindi masochisti. Invece, ha specificato Ocone nel dibattito, una certa “verità”, cioè una sua propria ideologia condivisa la deve avere, eccome, uno Stato liberale. Pensiamo al Risorgimento, aggiungiamo noi. Se quella classe dirigente coraggiosa e perfino avventurosa non avesse avuto, almeno pro tempore, una sua “verità” condivisa, vera e propria “ideologia di gruppo” capace di motivare le coscienze, addio unità d’Italia".

Secondo me – e intendo riferirmi a quanto scrivi e non a quanto sostiene Ocone – la contraddizione nel contesto sorge dall'uso della parola verità. Non per caso tu la virgoletti per due volte, ma  non è sufficiente per evitare la contraddizione.

Il fatto è che la parola verità – nel dibattito politico sociale italiano –  come prima cosa è ampiamente compromessa dall'accezione in cui la usano i Papi (e già questo mi pare non trascurabile) e comunque avrebbe bisogno di una rilevante specifica per poter essere in qualche modo riferita al liberalismo. Senza questa specifica è incommensurabile con il liberalismo. La specifica è un aggettivo che ne definisca la natura, l'aggettivo provvisoria. Non a caso tu stesso senti il bisogno di annotare, quasi timidamente, "almeno pro tempore". Non ritengo basti perché si tratta di una differenza chiave.

Il liberalismo utilizza i fatti e il senso critico individuale per sforzarsi di capire il mondo che cambia attraverso lo sperimentare; i fautori dell'ideologismo, del conformismo di potere, del comunitarismo religioso o meno, soggiogano i fatti alla loro rispettiva verità per farla prevalere sul conflitto democratico dei cittadini. Quindi, per i liberali le idee e i progetti del momento sono necessariamente una verità provvisoria, per gli altri la verità sostenuta ha un carattere eterno e non sperimentale. La Tua notazione sul Risorgimento resta corretta proprio perché non tocca la provvisorietà bensì la capacità e la determinazione di essere liberali, cioè di comportarsi secondo quanto consiglia la necessità (liberale) di dare norme al convivere che migliorino la qualità della vita di ciascuno in quel momento (non è per caso che i cattolici chiusi si affannano ancor oggi a negare la storica arretratezza del nostro paese di allora specie nelle zone meridionali).

L'osservazione corretta da precisare deriva dalla considerazione di Di Nuoscio secondo cui il liberalismo di Einaudi sarebbe fondato su libertà, legalità e solidarietà, in modo tale che “se togli un piede non si regge”. Ciò, scrivi, "fa saltare la contrapposizione abissale, aprioristica, non solo tra liberalismo economico e socialismo, ma anche tra liberalismo economico e dottrina sociale cattolica".

Mi pare che l'intero ragionamento vada riletto, altrimenti si corre il rischio che "le tre gambe del trespolo" possa essere letto per far rientrare anche Einaudi nel clima della indistinzione culturale che ha segnato la nascita del PD. Figurarsi, uno che distingueva in modo definitivo anche tra liberali e liberisti. In Einaudi è chiaro che il pilastro è la libertà del cittadino fondata sui fatti. E' questo che non va tolto. Poi, perché ogni cittadino esprima la propria libertà sono indispensabili le regole e perché la libera convivenza sia più partecipata è anche necessaria la solidarietà.

Ma è solo la libertà che resta la stella polare. Non è un sofisma. Se si pensa di poter affiancare la legalità in via autonoma, allora prevale l'ossequio alla norma piuttosto che alla libertà, e si rende la norma un totem da adorare invece di un criterio per esercitare la reciproca libertà. Se si pensa di poter affiancare la solidarietà in via autonoma, allora prevale l'appartenenza al proprio gruppo invece che l'esercizio del senso critico per essere liberi e si rende la solidarietà un modo felpato di ostacolare la libertà con il collettivo.

Di conseguenza, tra liberalismo economico e socialismo da una parte e tra liberalismo economico e dottrina sociale cattolica dall'altra, Einaudi fa saltare le contrapposizioni aprioristiche ma irrobustisce le evidenti distinzioni. E conferma che sono possibili le collaborazioni ma non le confusioni. Il che significa che molto spesso i rispettivi progetti di analisi e di governo restano differenti. Talvolta dovranno integrarsi per dare l'indirizzo politico, altre volte saranno alternativi. Dipende dalla situazione storica del paese e dall'epoca.

“Mancano robusti comportamenti da liberali, non il declamare i principi. C'è bisogno politico dei liberali, non un bisogno culturale che, se resta tale, può poi essere stiracchiato per giustificare tutto e il contrario di tutto, nascondendo le politiche liberali invece di promuoverle.

Sotto questo aspetto, le tue parole conclusive [si riferisce all’ultimo capoverso dell’articolo citato, NdR] sono nella forma un grazioso gioco di concetti, ma nella sostanza (a parte che la vita reale è fatta anche di mediocri sportivi al bar) sono depistanti.

Vengono chiamati in causa due professori, diversi per età e per approccio scientifico, che appartengono ambedue al mondo laico ma che, anche supponendo volessero esserlo, non possono essere additati come portatori di comportamenti politici liberali o loro sostenitori, cioè autori del libro guida sui comportamenti liberali di oggi.

Esprimono l'idea che sia sufficiente esporre ragionamenti liberali per riuscire a promuovere comportamenti coerenti. Fanno il loro mestiere di studiosi.

Però il paese ha bisogno di una formazione politica liberale operativa. Non cambia le cose il fatto che la sua mancanza dipenda anche da un peccato originale nostro (i liberali non hanno ancora affrontato le questioni concettuali derivanti dall'introduzione del liberale suffragio universale un secolo fa).

Per tutto questo, nella Tua cronaca manca la valutazione critica conclusiva, quella che è indispensabile: lo sforzo di presentare una formazione liberale alle prossime politiche.

Contrasta con il pensiero liberale supporre che alle idee e ai progetti liberali la forza gliela possano dare non i cittadini scegliendoli bensì accordi di potere più o meno espliciti. I risultati sperimentali degli ultimi venti anni ce lo ricordano impietosamente.

Perciò vorrei darti questa spinta finale. Insieme ad amici di ogni dove (e ci siamo organizzati con strumenti modernissimi) da tempo puntiamo a questo obiettivo, senza escludere nessuno che condivida le idee e il progetto distillato in lunghe ed approfondite discussioni sulle cose da fare oggi per l'Italia.

Ma alla fine, salvo improbabili mutamenti legislativi, quella presentazione dei liberali dipende dalla capacità di raccogliere le firme da parte di tutti i liberali che si definiscano con questo nome senza ipocrisie e tatticismi.

Spero di contribuire a darti questa spinta. Considerate anche le opportunità che quotidianamente ci vengono fornite da una politica vuota di progetti e da un'antipolitica afflitta da analoga vuotezza.

RAFFAELLO MORELLI


11 aprile 2012

 

Partito liberale. Meglio “dire” tutto il Liberalismo che “fare” solo la Destra liberale

Perché la Destra liberista o “liberal-conservatrice” (che oltretutto è una contraddizione in termini) con la scusa che “non fa nulla” ed è in mano ad un “Padre padrone”, ci tiene tanto a impossessarsi del piccolissimo, quasi inesistente, Partito Liberale? Gatta ci cova!

E’ proprio questa inadeguatezza dei mezzi ai fini (un bilancio di previsione con utili pari a zero), questa “diseconomia”, questa illogicità, che ha insospettito e allarmato. Che cosa avrebbe voluto fare la Destra con l’inutile giocattolo, anche se fosse stato affidato alle mani più attive e giovanili del mondo? I sospetti al riguardo, visti gli accaparramenti di sigle e partiti, anche nobili, cui abbiamo assistito nella deprecata èra berlusconiana (pensiamo al partito cugino PRI) sono legittimi. Eppure così è stato. La Destra ha provato a lanciare l’Opa nel Congresso del 2009, e ha riprovato in quello del 2012, tenutosi dal 23 al 25 marzo. Per alcuni, evidentemente, repetita non juvant. E per fortuna anche l’ultimo tentativo è stato rintuzzato, sia pure per una decina di voti. Segno che i sedicenti più “giovani” e “attivi” (visto che un po’ di trucchi li hanno fatti entrambe le parti, come da tradizione) erano in realtà meno giovanilmente attivi dei vecchi liberali del PLI.

Ma com’è possibile che persone intelligenti, economisti e politici esperti, come quelli della Destra liberista, non sappiano che oggi, rebus sic stantibus, un “partito” liberale (così definito) sia una merce invendibile, non commerciabile, e che perfino definizioni più moderne (per es. il nostro “Liberali Italiani”, inventato nel 2006 come coordinamento e come blog) per affermarsi e vincere abbisognano di vari lustri di vera e propria rieducazione popolare e di una totale ri-divisione del mondo politico secondo aree ideologiche (per es.: Conservatori, Liberali, Socialisti)?  Solo a queste condizioni teoriche possono ritornare vincenti i “liberali” in quanto tali.

In mancanza delle quali al PLI spetta di esistere solo come mera icona, nobile quanto si vuole, ma pura testimonianza statica del Liberalismo. Insomma, un dignitoso simbolo d’altri tempi. Proprio ora che il Liberalismo si conferma l’unica ideologia che ha vinto nel Mondo, e tutti si dicono “liberali”!

E’ noto il crudele paradosso per cui un partito liberale non ha più senso quando lo Stato è diventato liberale. Ma in Italia la rivoluzione liberale è davvero incompiuta e spesso imposta più dall’Europa, dai mercati e dai giudici, che davvero sentita dalla popolazione, per secoli maleducata da dittature, clericalismo, fascismo e comunismo.

E quindi è vero che un partito liberale avrebbe ancora ragione di esistere, proprio in Italia, perché avrebbe il compito anche di “educare” laicamente gli Italiani. E, anzi, a saperci fare, sarebbe il primo partito non l’ultimo, se solo si riorganizzasse la tavolozza della politica italiana non attorno ai personaggi senza idee e perciò capaci di tutto, ma solo in base alle idee: liberali, conservatori, socialisti. In questa tripartizione è facile ipotizzare che i liberali avrebbero la maggioranza.

Così, il piccolissimo PLI continua ad esistere, più sulla carta che nella vita intellettuale e politica del Paese, soltanto grazie alla personale testardaggine – possiamo testimoniarlo – di Stefano De Luca, ex deputato e avvocato di Palermo, che otto anni fa, contro tutti, decise di farlo rinascere, perché – ci confidò (quando noi ritrovati liberali sotto le insegne del PLI eravamo appena una decina a Roma) – sentiva quasi il rimorso di aver contribuito a scioglierlo nei primi anni 90.

E allora perché nel precedente Congresso del 2009, col tentativo di scalata dei berluskones delusi Diaconale e Taradash, ed anche oggi, con l’Opa dei berluskones delusi Musso, Altissimo e Bastianini, la Destra liberista ha provato invano ad occupare con un colpo di mano, facendo calare dall’alto – entrambe le volte, ormai la regìa è nota – alcune decine di giovani mai visti prima con l’intento di vincere ai punti su una platea data per vecchia, stantia e poco reattiva?

E’ un mistero, fino ad un certo punto. Una testata dignitosa come quella del PLI può sempre essere usata o come comodo refugium peccatorum di trombati elettorali in attesa di riciclaggio, o come merce di scambio con uno qualsiasi dei partiti di potere del Centro-Destra. Senza dire poi che può sempre essere riempita di tanti giovani e giovinastri della Destra, gente “nuova” e “attiva” per autodefinizione. A proposito, il mito anti-liberale del giovanilismo è emerso anche in questo Congresso, sembrando quasi che un qualsiasi giovinastro ignorante ma con tanta voglia di “fare” (che cosa?) valga di più d’un vecchio liberale Doc stanco e incapace di fare.

Così, nell’impossibilità di “fare” alcunché politicamente, visto – come dico nei miei due brevi interventi – che oggi una lista che si chiami “partito” non sarebbe votata, tantomeno una “liberale”, aggettivo che gli Italiani non sanno neanche che cosa voglia dire, un Partito Liberale Italiano deve purtroppo limitarsi al “dire”, al “rappresentare” degnamente una ideologia: il Liberalismo.

E in questo, paradossalmente, le truppe d’assalto, i lanciatori di Opa, i nuovisti o giovanilisti che hanno tentato la scalata, sono apparsi molto meno liberali dei vecchi, compreso il segretario De Luca, che almeno, pur nel suo non-fare e nelle sue chiusure e asperità caratteriali, possiede una enorme e difficilmente eguagliabile in bilanciamento cultura liberale, offre un’immagine completa e non banalmente di Destra del Liberalismo italiano. Insomma, la Destra solo liberista, ancorché più giovane, non avrebbe dato una bella immagine del Liberalismo italiano, e sarebbe stata fagocitata in un sol boccone dal Maelstrom del post-berlusconismo senza idee in sfacelo.

Perciò ci è toccato, paradossalmente, difendere la icona culturale, per quanto inattiva, piuttosto che le velleità di “fare” (e perciò pericolose) da parte di chi offriva un ritratto poco veritiero perché troppo banale e parziale del Liberalismo: il mero liberismo economico, senza laicismo, senza cultura, senza la famosa solidarietà liberale, senza misurarsi con la società e i mille problemi della società moderna. Insomma, il solito stantio e perdente Liberismo e Liberalismo di Destra. E grazie tante: anche i conservatori sono liberisti, non ci sarebbe bisogno dei liberali!

Ma il PLI non può diventare un partito conservatore. Perfino nell’èra Malagodi evitò il conservatorismo, sia pure per un pelo, quando ormai noi giovani avevamo perso ogni speranza, grazie all’impennata orgogliosa del divorzio e del laicismo ritrovato fuori tempo massimo. Né può diventare un doppione delle tecnocrazie accademiche, del pur utile e intelligentissimo Istituto Bruno Leoni, o della Luiss, che è l’università della Confindustria.

E che facciamo, il “partito degli economisti” o “degli ingegneri” grazie al sillogismo sempliciotto che siccome l’economia occidentale che si studia all’Università è fondata sul libero mercato, tutti i professori di economia, sarebbero ipso facto dei liberali Doc? Ma per piacere! Anzi, sarebbe quasi un raffinato conflitto di interessi intellettuale. Il Liberalismo verrebbe “tecnicizzato”, ridotto alla banale materia insegnata all’università: all’economia di mercato. Quindi, seppure, il solo liberismo. E no. Croce ha tenuto a dirci che una cosa è l’accademia, un’altra la politica, una cosa il politologo che studia il Liberalismo, altra cosa il politico liberale. E lo stesso, per analogia, può essere riferito agli economisti o industriali, molto ben rappresentati in questa Destra liberale che vorrebbe impossessarsi del PLI.

Perché, inutile nasconderselo, si sa dove andremmo a finire in tal caso: ad una perdita secca di idealità, di ampiezza di vedute, di generalità degli interessi, di rappresentatività dell’intero sfaccettato Liberalismo, e in fin dei conti anche di moralità, per diventare banalmente una sorta di “Partito dei Lavori”, patrocinatore di inutili Grandi Opere – queste sì, keynesiane fuori tempo massimo – buone soltanto per devastare il territorio. E chiunque vi si opponesse sarebbe tacciato addirittura di essere anti-liberista, ergo anti-liberale. Il giochino (che fanno altrove, ma potrebbe – chi lo sa? – riproporsi anche in casa liberale) lo conosciamo bene: “Fateci costruire, fateci lavorare, fateci cementificare la Natura (anche se non c’è domanda di mercato, anche in regime di monopolio): se no, siete comunisti”. E già, perché questo sarebbe il rischio – per ora solo teorico, certo – del lasciar “fare” la gente sbrigativa e affarista che nei siti web, con la scusa del “giovanilismo” e dell’efficientismo, inneggia alla Thatcher e a Reagan, imitando sempre i Repubblicani americani (ora anche il Tea Party), mai i Democratici. In altre parole, berlusconiani ultrà senza Berlusconi.

Insomma, è bene vigilare e cautelarsi, perché alle volte “a pensar male s’indovina”. La funzione critica, tipica del liberale, deve essere sempre in grado di disegnare ogni scenario, non solo probabile, ma anche possibile.

Ecco perché, ritornando al piccolo PLI, paradossalmente, “dire” soltanto il Liberalismo, almeno descriverlo in modo pluralista e completo, visto che proprio non si riesce a propagandarlo, è mille volte meglio del “fare” a tutti i costi e male. Il berlusconismo ce lo ha mostrato chiaramente.

Primo e secondo intervento di Nico Valerio al Congresso PLI, Roma, 24-25 marzo 2012 (8’32” e 6’16”), registrati grazie a Radio Radicale: v. colonnino a sinistra.


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